Una conclusione perfetta, catartica, degna del grande kolossal classico. Peccato solo che, per gli antichi greci, le cose non siano andate affatto così.
Se pensi che i sequel forzati, i reboot non richiesti e le soap opera di terz’ordine siano un’invenzione dei network televisivi moderni, preparati a ricrederti. Nel VI secolo a.C., un poeta chiamato Eugammone di Cirene decise che l’Odissea non poteva finire in quel modo così «tranquillo».
Prese calamo, pergamena e una dose massiccia di gusto per il macabro e partorì la Telegonia (Τηλεγονία)1.
Il risultato? Un’opera perduta (ma di cui ci sono giunti dei riassunti) che trasforma la venerabile saga dell’eroe omerico in un incrocio tra un reality show sui casi umani e una puntata particolarmente caotica di Beautiful.
Benvenuto nel «Marvel Cinematic Universe» dell’Antica Grecia: ecco la vera, sconcertante e dissacrante fine di Ulisse.
Il ciclo epico: quando il canone diventava un franchise
Per capire come sia potuta nascere un’opera come la Telegonia, dobbiamo fare un piccolo passo indietro per comprendere cosa fosse il ciclo epico.
Omero non lavorava nel vuoto. Intorno alle sue opere principali (l’Iliade e l’Odissea) gravitava una galassia di poeti minori che cercavano di riempire ogni singolo buco di trama lasciatogli dal Maestro.
Mancava la storia di cosa fosse successo prima della rabbia di Achille? Ecco i Canti Ciprii. Serviva raccontare la caduta di Troia nei dettagli? Arrivava l’Ilioupersis.
In questo panorama da vero e proprio franchise, la Telegonia rappresentava l’ultimo tassello in ordine cronologico. Era il finale definitivo, la parola «FINE» stampata a caratteri cubitali sulla vita di Ulisse.
Purtroppo per noi, o forse per fortuna vista la trama, il testo originale di Eugammone è andato quasi totalmente perduto. Quello che conosciamo lo dobbiamo principalmente alla Crestomazia di Proclo, un grammatico di età imperiale2 che si prese la briga di riassumere tutte queste opere minori per i posteri. Ed è proprio grazie alle sue note che oggi possiamo ricostruire questa perla del trash mitologico.
Nel frattempo a Itaca: Ulisse non sa stare fermo
L’Odissea ci ha abituati all’idea di un Ulisse disperato che desidera unicamente tornare a casa per riabbracciare la moglie e invecchiare in pace. Ma la Telegonia smentisce subito questa visione romantica.
Dopo aver massacrato i Proci e sotterrato i morti, Ulisse decide che Itaca gli sta già stretta. Fa un viaggio in Elis per ispezionare le sue mandrie e poi si dirige in Tesprozia, nell’Epiro. Qui accade la prima cosa che farebbe saltare sulla sedia qualsiasi lettore di Omero: Ulisse sposa la regina locale, Callidice.
Sì, hai capito bene. Mentre Penelope lo aspetta a casa dopo vent’anni di fedeltà e tela disfatta di notte, Ulisse mette su famiglia altrove. Guida l’esercito della nuova moglie in guerra contro i vicini, ci fa un figlio di nome Polipete e rimane lì finché Callidice non muore.
A quel punto, ceduto il regno al figlio, l’eroe decide che è ora di tornare da Penelope come se niente fosse.
Ma il vero problema non è quello che Ulisse sta facendo in Tesprozia. Il vero problema sta crescendo su un’altra isola, molto più a ovest: Eea, il regno della maga Circe.
Telegono: il figlio di Ulisse e Circe, con un’arma poco convenzionale
Durante la sua celebre sosta da Circe (quella in cui i compagni vengono trasformati in maiali), Ulisse non si era limitato a bere vino e a contrattare la liberazione della ciurma. Dalla loro unione era nato un bambino: Telegono, il cui nome significa letteralmente «nato lontano».
Cresciuto sotto le grinfie di una madre maga e iperprotettiva, Telegono diventa un giovane guerriero forte e curioso. Raggiunta la maggiore età, chiede a Circe chi sia suo padre. La maga non solo gli rivela l’identità del grande re di Itaca, ma gli affida una missione: salpare e andare a conoscerlo.
Per fare in modo che il ragazzo non viaggiasse disarmato, Circe gli regala una lancia davvero speciale. Non un’arma qualunque, ma una lancia forgiata da Efesto in persona, la cui punta non era in bronzo o ferro, ma montava il pungiglione velenoso di una pastinaca (la Trygon pastinaca, un pesce della famiglia delle razze dotato di un aculeo seghettato e tossico).
Una scelta stilistica discutibile, certo, ma estremamente efficace se l’obiettivo è fare danni.
Il drammatico malinteso: quando la rapina va storta
Telegono si imbarca e fa rotta verso Itaca. Quando finalmente avvista terra, il ragazzo commette un errore madornale. Scende a terra, non riconosce l’isola (o forse la scambia per una terra straniera da saccheggiare, come era buona norma per i marinai dell’epoca) e inizia a rubare il bestiame per sfamare il suo equipaggio.
I contadini di Itaca corrono subito dal loro re urlando che un gruppo di pirati sta devastando le coste.
Ulisse, ormai anziano ma sempre pronto alla rissa, indossa l’armatura, chiama a raccolta il figlio Telemaco e si precipita sulla spiaggia per respingere gli invasori. Sulla battigia si trova di fronte questo giovane sconosciuto che imbraccia una strana lancia.
Nessuno dei due sa chi sia l’altro. Non c’è tempo per le presentazioni, non ci sono i classici discorsi omerici sulla stirpe degli antenati. Lo scontro è immediato, cieco e furioso.
Telegono sferra un fendente con la sua lancia bizzarra. La punta intrisa di veleno di pastinaca scalfisce la pelle di Ulisse. L’eroe di Troia, l’uomo dal multiforme ingegno che era sopravvissuto a Polifemo, Scilla, Cariddi, Sirene e all’ira di Poseidone, crolla a terra agonizzante e muore tra i dolori provocati dal pesce tossico.
La profezia di Tiresia e la beffa del destino
In questo momento tragicomico si compie una delle profezie più famose e fraintese dell’antichità: quella che l’indovino Tiresia aveva fatto a Ulisse durante la sua discesa negli Inferi, nel Libro XI dell’Odissea.
Tiresia aveva predetto a Ulisse:
«La morte verrà dal mare, una morte dolcissima, che ti ucciderà stremato da una serena vecchiaia…»3
Per secoli, Ulisse aveva interpretato quelle parole pensandosi al sicuro lontano dalle onde o credendo che sarebbe morto pacificamente in una città marittima. Invece, il destino ha un senso dell’umorismo decisamente perverso.
Primo, «dal mare» (ex halós)4: la morte è arrivata letteralmente dal mare sotto forma di punta di aculeo di pesce attaccata a una lancia. Secondo, «dolcissima»: be’, su questo punto il veleno della pastinaca solleva più di un dubbio, ma la tradizione poetica ha dovuto fare i salti mortali per far tornare i conti della profezia.
Mentre Ulisse esala l’ultimo respiro, Telegono si avvicina al corpo del guerriero caduto. Bastano poche parole scambiate con il piangente Telemaco per far crollare il palco: l’assassino scopre di aver appena trafitto suo padre.
La disperazione è totale, ma il peggio deve ancora venire.
Il finale da soap opera: matrimoni incrociati e immortalità per tutti
Se la storia si chiudesse qui, avremmo una classica tragedia greca basata sul riconoscimento tardivo e sul destino ineluttabile. Ma Eugammone di Cirene decide che non è ancora abbastanza. Bisogna spingere l’acceleratore sul grottesco.
Telegono, devastato dal rammarico, carica il cadavere del padre sulla sua nave. Ma non parte da solo: convince Penelope (la vedova) e Telemaco (il fratellastro e figlio legittimo) a seguirlo. Tutti insieme appassionatamente fanno rotta verso l’isola di Eea, da mamma Circe, per dare a Ulisse una degna sepoltura.
Una volta arrivati sull’isola e celebrato il funerale, la trama prende una piega che farebbe impazzire qualsiasi psicoterapeuta moderno.
Assistiamo a uno scambio di coppie incrociato che sfida ogni logica etica, biologica e narrativa:
- Telemaco sposa Circe: il figlio di Ulisse sposa la maga che anni prima aveva trasformato in porci i compagni di suo padre e ne era stata l’amante.
- Telegono sposa Penelope: l’assassino di Ulisse, nonché suo figlio illegittimo, sposa la vedova di suo padre, la donna che per vent’anni era stata il simbolo della fedeltà coniugale.
Non ti gira ancora la testa? Aspetta, perché c’è il lieto fine.
Circe, mossa da una generosità del tutto arbitraria, usa le sue arti magiche per rendere tutti e quattro immortali. Così, la nuova famiglia allargata viene trasferita sull’Isola dei Beati, destinata a vivere per l’eternità in un’atmosfera di perenne e imbarazzantissima cena di Natale.
Matrimoni e discendenze: la rete delle relazioni nella Telegonia
Da queste nuove e bizzarre unioni la mitologia successiva trarrà altre storie. Secondo alcune tradizioni romane, da Telegono e Penelope nascerà Italo (l’eroe eponimo dell’Italia)5, mentre da Telemaco e Circe nascerà Latino (il re che accoglierà Enea). Insomma, le fondamenta della civiltà italica poggerebbero su questo gigantesco cortocircuito familiare.

Perché la Telegonia ci affascina (e ci fa orrore) ancora oggi?
Guardando la Telegonia con gli occhi di un lettore moderno, la prima reazione è farsi una risata. Sembra una fanfiction scritta male da un fan scontento che voleva a tutti i costi scioccare il pubblico con colpi di scena sempre più estremi.
Eppure, questo poema ci rivela tantissimo sulla mentalità degli antichi greci e sul funzionamento del mito.
Il mito non era una pietra scolpita
Per gli antichi, la storia di Ulisse non era bloccata in un dogma intoccabile. Esistevano decine di varianti regionali. Eugammone non fece altro che raccogliere tradizioni locali (molto forti in Epiro e in Italia meridionale) e cucirle insieme per dare dignità a territori che volevano legare le proprie origini al nome di Ulisse.
L’ossessione per il rovesciamento del destino
I greci adoravano vedere i grandi eroi cadere non per mano di mostri giganteschi, ma per colpa di banali e tragici equivoci. L’idea che il più astuto degli uomini morisse per mano di un figlio che non conosceva, colpito da un aculeo di pesce tossico, appagava quel senso di amara ironia che pervadeva tutta la cultura classica.
La disfunzionalità come intrattenimento
Molto prima che inventassimo i reality show o le serie TV sui drammi dinastici e sui complotti familiari, il pubblico antico andava pazzo per le saghe tossiche. I miti degli Atridi o dei Labdacidi dimostrano che l’incesto, il parricidio e le vendette domestiche erano il vero motore dell’intrattenimento popolare.
Tiriamo le somme: il sequel che meriti di conoscere
La prossima volta che qualcuno ti parlerà dell’Odissea descrivendola come un poema noioso e polveroso, ricordati di raccontargli la storia di Telegono, della spina di pastinaca e del quadrangolo amoroso su Eea.
L’epica classica non era solo solenne poesia in esametri; era anche caos, provocazione, sperimentazione e puro sensazionalismo. Anche se Eugammone di Cirene non ha raggiunto la fama immortale di Omero, ci ha lasciato in eredità la prova schiacciante che la tentazione di rovinare un bellissimo finale con un sequel assurdo fa parte del DNA dell’umanità fin dall’età del bronzo.
Se non altro, la prossima volta che guarderai il finale di una serie TV che ti lascia l’amaro in bocca, potrai consolarti pensando che poteva andarti molto peggio: potevano far sposare Telemaco con Circe.
Note
- Telegony, The Greek Epic Cycle and its Ancient Reception, Cambridge University Press ↑
- Proclo, Crestomazia. ↑
- Odissea XI, 134-136. La citazione è una resa libera, non una traduzione letterale. ↑
- L’espressione greca ex halós ammette due letture: “dal mare”, cioè proveniente dal mare, e “lontano dal mare”, cioè fuori dal mare. Le traduzioni moderne si dividono. La Telegonia sceglie la prima e costruisce su quella la morte di Ulisse. ↑
- Igino, Fabulae 127 ↑
