Dieci anni di buchi nel curriculum: Ulisse spiega il suo gap

12 minSatiraDivulgazione ironicaLivello di letturaIntermedioFonti citate1

Ti sei mai seduto di fronte a un selezionatore delle risorse umane, sudando freddo sotto la luce al neon dell’ufficio, temendo la fatidica domanda sul tuo curriculum? «Vedo che qui c’è un buco di sei mesi tra il 2023 e il 2024. Cosa ha fatto in questo periodo?» E tu, che in quei sei mesi hai tentato invano di lanciare un podcast, hai fatto maratone su Netflix in pigiama e hai cercato di ritrovare te stesso sul divano, provi disperatamente a rielaborare il tutto in una narrativa accettabile per il mercato del lavoro: «Ho preso un periodo sabbatico per dedicarmi allo sviluppo di progetti personali e potenziare le mie soft skills».

È un momento umiliante per chiunque. La società contemporanea esige una produttività ininterrotta, una linea temporale senza crepe. Ma prima di sentirti un fallito per quel semestre non rendicontato all’INPS, fermati un attimo e pensa al più grande CEO della mitologia greca: Ulisse, sovrano di Itaca. Immagina di essere lui. Hai appena concluso con successo il «Progetto Troia», una commessa durata dieci anni che hai risolto tu personalmente con l’innovazione geniale del Cavallo di legno (un capolavoro di pensiero laterale). Hai un track record impeccabile. Poi, per tornare a casa, scompari dai radar. Per dieci lunghissimi anni. Nessuna fattura emessa, nessun aggiornamento su LinkedIn, nessuna posizione ufficiale. Un buco di un decennio esatto.

Come fai a presentarti a un nuovo potenziale investitore e spiegare che ci hai messo dieci anni a fare un tragitto che in traghetto richiede un paio di settimane? Il trucco non sta in quello che hai vissuto, ma in come lo racconti. Oggi smontiamo il più grande pitch aziendale della storia della letteratura: il momento in cui Ulisse, nudo su una spiaggia, dovette giustificare il più colossale buco sul curriculum di tutti i tempi.

CV satirico di Ulisse: Progetto Troia (10 anni), operazioni della flotta (10 anni) e ricostruzione postbellica; competenze in strategia, gestione delle crisi, leadership, networking, adattabilità, resilienza e storytelling.Salva questa immagine su Pinterest
Il CV di Ulisse: vent’anni d’esperienza e un rientro che si è fatto attendere. © Antiquity & Absurdity Literary Society

1. Il comitato di valutazione e il problema della cronologia

La scena si svolge nel palazzo di Alcinoo, re dei Feaci. Ulisse è appena naufragato. Ha perso tutto: le navi (gli asset), i compagni (le risorse umane) e il bottino (il capitale). Ha un disperato bisogno di un passaggio per tornare a Itaca, in pratica sta chiedendo un finanziamento a fondo perduto. Di fronte a lui c’è l’intero consiglio di amministrazione dei Feaci, presieduto dalla regina Arete (la vera detentrice del potere decisionale). Per ottenere la barca, deve spiegare dove diavolo è stato dal momento in cui è caduta Troia. Inizia così il celebre ciclo degli Apologhi di Alcinoo, i racconti delle avventure di Ulisse nei libri IX-XII dell’Odissea.

C’è un dettaglio fondamentale che sfugge a una prima lettura, una questione per veri nerd della filologia: la cronologia interna di questo viaggio non ci viene mai fornita da Omero sotto forma di un comodo diagramma di Gantt. La tempistica esatta non è esplicita; è una mappa temporale frammentata, ricostruita a posteriori incrociando i pochi dati sparsi nel poema. Sappiamo che la guerra è durata dieci anni e il ritorno altri dieci, ma mentre Ulisse parla, deve spalmare i suoi fallimenti, le sue pause e i suoi disastri su una griglia temporale che deve sembrare inesorabile, quasi inevitabile, per non passare per un manager incompetente.

2. I primi anni: startup fallimentari e gestione problematica del personale

Ulisse inizia a snocciolare le prime tappe, i primi mesi dopo Troia. E se traduciamo le sue avventure in gergo aziendale, ci rendiamo conto che si tratta di una sequela imbarazzante di pessime decisioni manageriali e di emorragia del personale.

Prima tappa: i Ciconi. «Ho tentato un’acquisizione ostile sul mercato di Ismaro. Abbiamo saccheggiato con successo la città, ma il team ha disubbidito alle mie direttive di evacuazione rapida, si è attardato a fare festa sulla spiaggia e abbiamo subito un devastante contraccolpo legale (i rinforzi nemici). Abbiamo perso sei uomini per ogni nave». Spin-doctoring perfetto: la colpa non è della sua pianificazione, ma dell’insubordinazione della forza lavoro.

Seconda tappa: i Lotofagi. «Abbiamo affrontato una gravissima crisi motivazionale interna. Alcuni dipendenti hanno assunto sostanze locali (il loto) e hanno perso completamente l’allineamento con la mission aziendale (il ritorno a casa). Ho dovuto ricorrere alla coercizione fisica, legandoli sotto i banchi della nave, per garantire la retention del personale».

Ma il vero capolavoro di revisionismo manageriale arriva con Polifemo (Libro IX). Qui Ulisse fa un disastro enorme. Spinto unicamente dalla curiosità e dall’avidità (vuole il dono dell’ospitalità), entra non invitato nella grotta di un gigante cannibale. Si fa chiudere dentro. Perde sei dei suoi uomini migliori, divorati crudi. È la definizione esatta di ambiente di lavoro tossico e di pessima valutazione dei rischi. Come lo racconta ai Feaci? Lo trasforma in un trionfo di crisis management. Sorvola sulla sua responsabilità iniziale e si concentra su come ha risolto il problema: accecando il competitor e facendo un rebranding geniale del proprio nome in «Nessuno», salvando così il core business (se stesso).

3. Il disastro della delega e il downsizing spietato

Se credi che la giustificazione del gap stia migliorando, aspetta. Ulisse arriva da Eolo, il signore dei venti, che gli fa un regalo inestimabile: un otre che contiene tutti i venti contrari. La rotta per Itaca è libera, in nove giorni di navigazione vedono i fuochi della patria. L’obiettivo è a un passo. E cosa succede? Ulisse, che non dorme da nove giorni per non delegare il timone a nessuno, crolla addormentato. I compagni, convinti che nell’otre ci sia dell’oro che il capo vuole tenersi per sé, lo aprono. I venti si scatenano e la flotta viene respinta al punto di partenza.

Come si giustifica questo davanti alle risorse umane dei Feaci? «C’è stata una drammatica mancanza di fiducia e di allineamento valoriale tra l’executive (io) e i livelli operativi (l’equipaggio). Il mio micromanagement estremo era giustificato: appena ho delegato la responsabilità, il team ha mandato in fumo l’intero progetto».

Il risultato di questo fallimento è la tappa successiva: i Lestrigoni. Giganti antropofagi distruggono undici delle dodici navi della flotta massacrando quasi tutti. Ulisse si salva perché, prudentemente, aveva parcheggiato la sua nave fuori dal porto. Come si racconta una cosa del genere senza sembrare un codardo? Semplice: lo si fa passare per un inevitabile taglio del personale. È stato un downsizing spietato e traumatico, ma necessario per snellire l’azienda. Da una multinazionale con dodici navi, si torna agili, a una sola unità operativa. Si riparte leggeri.

4. Il pacchetto welfare definitivo: un anno sabbatico da Circe

Arriviamo a uno dei buchi temporali più complessi da giustificare. L’isola di Eea, dominio della maga Circe. Dopo un iniziale e tragico malinteso (metà del team trasformato in maiali), Ulisse, grazie all’aiuto di Ermes e a una buona dose di fascino personale, risolve la situazione. Riporta i dipendenti alla forma umana. A questo punto, logicamente, dovrebbero salpare il mattino seguente per tornare a casa. E invece no.

Nel Libro X dell’Odissea, Ulisse è costretto a confessare ai Feaci quanto si sono trattenuti su quell’isola: «Lì per un anno intero restammo / a banchettare con carni abbondanti e vino dolce»1.

Un anno intero. Trecentosessantacinque giorni. Cosa faceva il grande eroe tormentato dalla nostalgia di casa? Mangiava carne, beveva vino dolce e dormiva nel letto di una dea, mentre la nave marciva sulla spiaggia. Come si fa a giustificare un anno di inattività totale in mezzo a una supposta corsa contro il tempo per salvare la patria?

La narrazione di Ulisse è un capolavoro di elusione. Lo trasforma in un momento di «team building olistico». La squadra era esausta, traumatizzata dai lutti precedenti. Avevano bisogno di riprendere le forze. E poi, c’era un’opportunità di networking inestimabile: Circe possedeva informazioni strategiche per il prosieguo del viaggio. Per convincerla a collaborare, era necessario coltivare le pubbliche relazioni. E, se questo richiedeva banchettare per dodici mesi e condividere il talamo con la maga, era un sacrificio aziendale che Ulisse era disposto a compiere. Furono i compagni, a un certo punto, a doverlo prendere da parte e ricordargli che forse era il caso di rimettersi in marcia. Il periodo sabbatico era sfuggito di mano.

5. Deep dive nei dati storici e risk management

Il viaggio riprende, ma Circe gli impone una deviazione che sul CV fa la sua sporca figura: la discesa negli Inferi (Libro XI). Ulisse non dice ai Feaci «Ho perso altro tempo». Dice: «Ho fatto una consulenza esterna di altissimo livello con i senior partner andati in pensione». È sceso nell’Ade per consultare il profeta Tiresia, per parlare con Agamennone, Achille ed Eracle. Ha fatto analisi predittiva sui rischi futuri. Mostra iniziativa, coraggio, rispetto per la gerarchia classica.

E quando riparte, applica le nozioni apprese con il massimo rigore. Arrivano le Sirene. Come gestisce il rischio? Con un micromanagement che farebbe invidia a Jeff Bezos. Tappa le orecchie dei dipendenti con la cera (isolandoli dai pericoli esterni, ma privandoli di ogni autonomia decisionale), mentre si fa legare all’albero maestro mantenendo per sé il privilegio esclusivo di accedere alle informazioni non filtrate (il canto).

Poi Scilla e Cariddi. Sa che perderà sei uomini divorati da Scilla, ma non lo dice all’equipaggio per non creare panico. Cinismo puro? No, ottimizzazione delle perdite. Passare vicino a Cariddi avrebbe significato perdere l’intera nave; passare vicino a Scilla è un costo operativo calcolato. Ulisse è il manager che sacrifica sei pedine per salvare la divisione.

6. Il buco nero assoluto: sette anni a Ogigia con vincolo NDA

Ma tutte queste avventure, per quanto tragiche o prolungate (l’anno da Circe), coprono al massimo un triennio. Manca all’appello il grosso della giustificazione. Dopo l’ennesimo disastro della sua squadra, che ignorando le sue direttive mangia le vacche sacre del dio Sole, Zeus fulmina la nave. Muoiono tutti. Tutti, tranne il CEO. Ulisse naufraga, da solo, sull’isola di Ogigia. E qui la cronologia si blocca clamorosamente.

Sull’isola vive la ninfa Calipso, bellissima, immortale, innamorata. E quanto ci rimane, Ulisse, su quest’isola sperduta fuori dalle rotte commerciali? Sette anni. Lo ammette lui stesso di fronte alla regina Arete nel Libro VII, ancor prima di iniziare il lungo racconto dettagliato: «Sette anni rimasi laggiù e continuamente / bagnavo di lacrime le vesti immortali che mi diede Calipso»2.

Sette anni. È il buco nero definitivo del curriculum. Ottantaquattro mesi passati a mangiare e bere come un mortale e a dormire con una dea, mentre di giorno andava a piangere sugli scogli guardando l’orizzonte. L’ambrosia e il nettare, invece, toccavano a Calipso.3 Come si fa a vendere questa esperienza ai Feaci senza sembrare un pensionato di lusso in un resort all-inclusive che fa finta di soffrire la prigionia?

Ulisse ci riesce impostando la narrazione sull’impotenza e sul vincolo di segretezza. Lo spiega come se avesse firmato un NDA (Non-Disclosure Agreement) vincolante con una potenza superiore. Era tenuto in ostaggio. Non c’erano navi, non c’erano marinai, non c’era copertura di rete per mandare un SOS. La sua era un’inattività forzata, un esilio, una prigionia d’oro da cui lui rifuggiva psicologicamente. «Bagnavo di lacrime le vesti immortali» è la frase chiave. Ulisse sta dicendo: «Sì, indossavo abiti firmati e godevo di benefit divini (mi ha persino offerto l’immortalità, rifiutata), ma vi assicuro che la mia anima lavorativa soffriva profondamente. Il mio mindset era sempre rivolto a Itaca».

In pratica, Ulisse trasforma i sette anni in un esilio tragico e in una dimostrazione di resilienza pazzesca. «Non mi sono arreso nemmeno quando un’azienda concorrente mi ha offerto un contratto a tempo indeterminato con l’immortalità inclusa». Che tu ci creda o no (e Omero lascia furbescamente intendere che il nostro eroe, di notte, non disdegnasse del tutto le attenzioni di Calipso), è una linea difensiva geniale.

La morale della narrazione di sopravvivenza

Quando Ulisse finisce di parlare (alla fine del Libro XII), il silenzio scende sulla sala dei Feaci. Il re Alcinoo è estasiato. Non sta valutando se le scelte di Ulisse siano state eticamente ineccepibili o se ci abbia messo troppo tempo o se abbia lasciato morire centinaia di persone sotto la sua supervisione. Sta valutando il modo sublime in cui l’eroe ha tenuto insieme i pezzi della sua identità in frantumi. Ha trasformato una cronologia imbarazzante di sconfitte, pause esagerate, amanti divine e massacri in un’epopea di sopravvivenza, resistenza e intelligenza.

Il gap di dieci anni è stato colmato dalla potenza dello storytelling. Ulisse ottiene la sua nave carica di doni (assunzioni, fondi, ripartenza). Tornerà a Itaca in modo trionfale.

La lezione che ci lascia Omero, nascosta tra le righe di questi buchi cronologici, è immensa. La distanza tra come viviamo le interruzioni della nostra vita e come le raccontiamo agli altri è la misura esatta della nostra intelligenza sociale. Ognuno di noi ha le sue tempeste, i suoi anni sprecati da una Circe qualsiasi o incagliati sugli scogli di un’Ogigia emotiva, incapaci di muoverci piangendo su noi stessi mentre il tempo passa.

Non possiamo cancellare i buchi dal curriculum della nostra vita. Ma possiamo scegliere come raccontarli. La prossima volta che qualcuno ti chiede conto di un periodo di stasi, di un fallimento o di un anno in cui sei semplicemente andato alla deriva, non abbassare lo sguardo. Respira a fondo, incrocia le mani sul tavolo, assumi l’espressione di chi è sopravvissuto a un naufragio cosmico e inizia a raccontare la tua personale versione dell’Odissea. Ricordando sempre che l’unica cosa che divide un fallito da un eroe leggendario è un ottimo ufficio stampa interiore.

Note

  1. Omero, Odissea, X, vv. 467-468 (resa italiana propria). Perseus Digital Library. ↑
  2. Omero, Odissea, VII, vv. 259-260 (resa italiana propria). Perseus Digital Library. ↑
  3. Omero, Odissea, V, vv. 195-200. Perseus Digital Library. ↑