Titone, l’Aurora e le clausole scritte in piccolo: l’immortalità come la peggiore delle condanne

8 minSatiraDivulgazione ironicaLivello di letturaIntermedioFonti citate5

Diciamoci la verità. Se domani mattina un’entità superiore o un miliardario della Silicon Valley ci offrissero una pillola capace di garantirci la vita eterna, l’istinto primordiale di sopravvivenza probabilmente ci urlerebbe di dire di sì. Viviamo in un’epoca ossessionata dal biohacking, dall’estensione della vita, dai sieri anti-età e dall’idea che la morte sia solo un fastidioso bug del sistema operativo umano che prima o poi riusciremo a risolvere.

Ma i Greci, che in fatto di tragedie e di ironia crudele avevano capito tutto millenni prima di noi e di Dorian Gray, ci hanno lasciato in eredità un avvertimento agghiacciante. Un vero e proprio trauma letterario che ci ricorda una regola fondamentale dell’universo: non firmare mai un contratto con una divinità senza esserti prima consultato con un pool di avvocati spietati. E soprattutto, leggi sempre, sempre, le clausole scritte in piccolo.

Benvenuto nella storia di Titone. Non è un racconto epico di battaglie o mostri marini, ma forse il racconto di «body horror» psicologico più devastante dell’antichità classica. Una parabola cinica sulle conseguenze delle nostre decisioni peggiori.

La dea con il vizio dei mortali e il principe troiano

Per capire il disastro, dobbiamo presentare i protagonisti. Da una parte abbiamo Eos, la dea dell’Aurora, colei che Omero chiama poeticamente «dalle dita rosate». Eos ha un compito bellissimo: ogni mattina apre le porte del cielo al carro del Sole disperdendo la notte. Ma Eos ha anche un piccolo difetto di fabbrica: ha una predilezione assoluta, quasi patologica, per i bei ragazzi mortali. Si innamora compulsivamente, li rapisce e se li porta via (lo farà con Orione, con Cefalo e con molti altri).

Dall’altra parte abbiamo Titone. Titone non è un tizio qualunque; è un principe della famiglia reale di Troia (fratello del re Priamo, per intenderci). È giovane, di stirpe divina ed è descritto come di una bellezza folgorante, quasi soprannaturale. È letteralmente il «bello e impossibile» dell’Età del Bronzo.

Un giorno Eos lo vede, perde la testa per lui e fa quello che le divinità greche fanno sempre quando desiderano qualcosa: se lo prende. Lo rapisce e lo porta a vivere con sé nel suo palazzo dorato ai confini della terra. Fin qui sembra la classica favola mitologica a lieto fine. I due si amano, vivono in un palazzo celeste, tutto è perfetto. Ma c’è un elefante nella stanza grande quanto il monte Olimpo: Eos è una dea eterna, Titone è un essere umano fatto di carne, sangue e, soprattutto, a tempo determinato.

L’udienza con il CEO: l’errore di distrazione che rovina l’eternità

Eos è terrorizzata dall’idea che, prima o poi, il suo bellissimo amante invecchierà, morirà e scenderà nel regno buio dell’Ade lasciandola sola. Decide quindi di agire in via preventiva e va a bussare alla porta dell’ufficio di Zeus, il CEO incontrastato degli dèi, colui che ha il potere di sovvertire le leggi della biologia.

Arrivata al cospetto del Padre degli dèi, Eos si inginocchia e implora: «Ti prego, concedi a Titone l’immortalità. Fai in modo che non debba mai morire, che possa sfuggire alle Moire e vivere per sempre al mio fianco».

Zeus, che probabilmente quel giorno aveva la luna storta o semplicemente adorava il «black humor» cosmico, accetta. Concede a Titone il dono di non poter morire.

Ma Eos, accecata dall’amore e dall’urgenza, commette l’errore burocratico più clamoroso della storia della letteratura. Chiede l’immortalità (in greco athanasia, assenza di morte), ma dimentica di chiedere l’eterna giovinezza (ageraos, assenza di vecchiaia).

Come ci racconta in modo superbo l’Inno omerico ad Afrodite (la fonte antica più autorevole su questo mito), Zeus accorda a Titone esattamente ciò che ha formulato a parole. Né una sillaba in più, né una in meno. È il classico tropo letterario della «zampa di scimmia» (The Monkey’s Paw): ottieni ciò che desideri, ma nel modo più letterale e catastrofico possibile.

Il decadimento: un body horror durato secoli

I primi anni, decenni, forse il primo secolo, tutto fila liscio. Ma poi, inesorabile, la natura biologica di Titone inizia a presentare il conto. I suoi capelli scuri iniziano a imbiancarsi. La sua pelle folgorante comincia a riempirsi di rughe. Le articolazioni iniziano a scricchiolare.

Eos guarda il suo amante invecchiare e, con la spietata superficialità tipica degli dèi greci (che non tollerano la bruttezza e il decadimento), inizia a prendere le distanze. Smette di condividere il letto con lui.1 Lo nutre ancora con ambrosia e nettare per mantenerlo in vita, gli fornisce vestiti lussuosi, ma l’amore si trasforma in un misto di repulsione e pietà.

Ma il vero orrore deve ancora cominciare. Titone continua a invecchiare. Invecchia ben oltre i limiti umani. Immagina un uomo che compie centocinquant’anni, poi duecento, poi trecento. Il suo corpo si consuma, i muscoli si atrofizzano fino a scomparire, le ossa diventano polvere. Non riesce più a muovere nemmeno un dito. Non può camminare, non può alzarsi. È un guscio rinsecchito, un relitto biologico imprigionato in una condanna eterna.

L’Inno omerico ad Afrodite ce lo descrive con una freddezza clinica che fa raggelare il sangue: quando Titone perde persino la forza di sollevare le membra, Eos prende la decisione finale. Lo chiude in una stanza del palazzo, sbarra le porte lucenti e lo lascia lì. Da dietro quelle porte chiuse, per l’eternità, si sente solo la voce di Titone. Una voce che ha perso ogni calore umano, ridotta a un balbettio continuo, acuto, inarticolato e incomprensibile.

La cicala: il canto disperato della decrepitezza

Gli dèi greci non amano lasciare le cose a metà, e la pietà non è il loro forte. Secondo quello che ci racconta la tradizione successiva all’Inno omerico ad Afrodite, la forma di Titone subisce un’ultima mutazione e la parabola di questo essere patetico e raggrinzito, che non poteva morire, si completa: Eos, sopraffatta da quel corpo consumato da un’eternità di decadimento, lo trasforma infine in una cicala (tettix in greco).3

La scelta della cicala non è un dettaglio casuale. Nell’antichità si credeva che questi insetti si nutrissero esclusivamente di rugiada (un legame poetico e crudele con la stessa dea dell’Aurora) e che potessero rinnovarsi all’infinito liberandosi della spoglia vecchia. In realtà la cicala si libera dell’esuvia, l’involucro dell’esoscheletro ninfale che viene abbandonato dall’adulto4. Un guscio secco, cavo e immortale, proprio come il corpo che ha imprigionato Titone.

Titone diventa così l’insetto che trascorre l’estate a frinire in modo ossessivo e stridente. Quella voce che un tempo aveva sussurrato parole d’amore a una dea, è condannata a diventare un rumore di fondo fastidioso, meccanico, svuotato di ogni significato. L’immortalità senza la salute non è un dono: è una gabbia di isolamento di massima sicurezza in cui il tuo stesso corpo fa da carceriere.

Il mito classico del nichilismo: Titone e la cicala

Perché questo racconto millenario è così magnetico oggi?

Perché Titone è il Santo Patrono delle pessime decisioni. È l’emblema di un nichilismo raffinato. In un web invaso da immagini di farfalle colorate che simboleggiano la rinascita, la crescita personale e l’energia positiva, la cicala di Titone si erge come un simbolo oscuro, ribelle e profondamente disilluso.

La farfalla dice: «Spiega le ali e rinasci». La cicala di Titone sussurra: «L’eternità è una truffa, goditi il tempo che hai prima di diventare polvere».

È un mito che parla a chi ama la letteratura tragica, a chi apprezza lo stoicismo e a chiunque abbia mai fatto una scelta avventata di cui si è pentito amaramente. Alfred, Lord Tennyson ha dedicato a Titone un poema struggente con versi indimenticabili come:

The woods decay, the woods decay and fall,
The vapours weep their burthen to the ground,
Man comes and tills the field and lies beneath,
And after many a summer dies the swan.
Me only cruel immortality
Consumes: I wither slowly in thine arms,
Here at the quiet limit of the world,
A white-hair’d shadow roaming like a dream
The ever-silent spaces of the East,
Far-folded mists, and gleaming halls of morn2.
[…]

La lezione finale?

La storia di Titone ed Eos è un promemoria spietato del fatto che il tempo non è nostro nemico; è anche qualcosa che dà senso e valore alla nostra esistenza.

Quindi, la prossima volta che ci troviamo a camminare sotto il sole estivo e sentiamo il frinire assordante di una cicala nascosta tra i rami, non limitiamoci a pensare al caldo o alla natura. Fermiamoci un secondo, ascoltiamo quel suono stridulo e ripetitivo e ricordiamoci del bellissimo principe di Troia.
Quando firmiamo un contratto, ripensiamo a Eos e mettiamo gli occhiali per leggere le note a margine.
Quando parliamo, diamo importanza alle parole, consapevoli che qualcuno potrebbe sempre prenderci alla lettera e impartirci una lezione.

Note

  1. Perseus Digital Library, Inno omerico ad Afrodite, 228-232. ↑
  2. Alfred, Lord Tennyson, Tithonus, Poetry Foundation; per la traduzione italiana dei primi dieci versi, Wonderchild88, «Traduzione di Tennyson», DeviantArt, 26 settembre 2010. ↑
  3. Richard Janko, “Tithonus, Eos and the cicada in the Homeric Hymn to Aphrodite and Sappho fr. 58”, in The Winnowing Oar: New Perspectives in Homeric Studies, 2017, pp. 267–296. ↑
  4. University of Maryland Extension, Cicadas in Maryland. ↑