Prima di Instagram e di TikTok: Narciso, la tragedia di chi parla da solo e di chi si ama troppo

14 minSatiraSerio con sorrisoLivello di letturaIntermedioFonti citate3

Sei convinto di vivere nell’epoca più egocentrica della storia dell’umanità? Dopotutto, basta aprire un qualsiasi social network per essere travolto da una valanga di selfie perfettamente illuminati, video di persone che spiegano a sconosciuti come vivere mentre si applicano la crema idratante e thread infiniti in cui ognuno urla la propria opinione senza la minima intenzione di ascoltare quella altrui. Ci piace pensare di aver inventato noi questa gloriosa prigione digitale fatta di validazione continua, notifiche e solipsismo. Ci piace credere che il concetto di «bolla» o la paranoia del feedback infinito siano prodotti collaterali dell’algoritmo di TikTok o dell’ennesimo aggiornamento di Meta.

Purtroppo per la tua vanità da nativo digitale, devo darti una brutta notizia: duemila anni fa, un poeta romano con un fiuto infallibile per le miserie umane aveva già capito tutto. Aveva già tracciato la mappa esatta della nostra nevrosi collettiva, codificando in un unico racconto mitologico la patologia dell’auto-ossessione e la tragedia della perdita dell’alterità. Quello scrittore era Publio Ovidio Nasone. Nella sua opera monumentale, le Metamorfosi (nello specifico il Libro III) ci ha narrato di due sventurati protagonisti, Eco e Narciso. Se stai cercando il riassunto del mito di Narciso ed Eco, ma con qualche osservazione di chi riconosce nei miti antichi lo specchio della propria dipendenza dallo schermo, sei nel posto giusto.

1. Eco e la condanna al feed: la perdita della voce originale

Per capire la portata devastante del mito, dobbiamo prima smontare un equivoco da banchi di scuola. Spesso ci ricordiamo di Narciso come del cattivo della situazione e di Eco come della povera vittima innocente. Ma se analizziamo la figura di Eco attraverso la lente di Ovidio (Metamorfosi, libro III), ci rendiamo conto che la ninfa incarna una patologia comunicativa fin troppo familiare.

Eco era originariamente una ninfa della montagna, dotata di una parlantina inarrestabile. Non era solo loquace: era una vera e propria macchina da distrazione di massa. Quando Giunone scendeva dall’Olimpo con l’intenzione del tutto giustificata di cogliere in flagrante quel marito fedifrago di Giove mentre si divertiva con le ninfe della foresta, Eco la intercettava. Iniziava a trattenere la regina degli dei con chiacchiere infinite, aneddoti futili e pettegolezzi a raffica dando tutto il tempo a Giove e alle sue amanti di darsi alla fuga. Quando Giunone scopre il tranello, non reagisce con superiorità. La punizione divina è precisa e spaventosa nel suo ironico contrappasso: ad Eco viene tolto il controllo della propria voce.

«“Huius” ait “linguae, qua sum delusa, potestas
parva tibi dabitur vocisque brevissimus usus,”
reque minas firmat. tantum haec in fine loquendi
ingeminat voces auditaque verba reportat.»

(«Ti sarà concesso poco potere su questa lingua, con cui sono stata ingannata e brevissimo sarà l’uso della voce», disse. E rese effettiva la minaccia: Eco ripete soltanto le ultime parole del discorso e restituisce quelle udite.)1

Questa la punizione inflitta da Giunone: Eco non potrà più parlare per prima. Potrà soltanto raddoppiare i suoni in coda al discorso altrui ripetendo meccanicamente le ultime parole che ha ascoltato. È la privazione assoluta del pensiero critico, la condanna all’impossibilità di articolare un’idea autonoma.

Se oggi cerchi su Google echo chamber significato, trovi definizioni che variano tra gli studiosi. Qui, per echo chamber intendo un ambiente in cui opinioni e credenze si rafforzano attraverso la ripetizione fra persone o fonti affini, mentre le voci divergenti vengono ignorate o screditate. La filter bubble, invece, è la selezione personalizzata dei contenuti, spesso algoritmica, che può restringere ciò che una persona incontra online. Le due dinamiche possono sovrapporsi, ma non sono sinonimi. La rassegna del Reuters Institute rileva che, negli studi considerati, la selezione algoritmica delle notizie porta spesso a un’esposizione leggermente più varia, non a una chiusura automatica in bolle.2 Eco è la prima «echo chamber» incarnata della storia. È la trasformazione dell’individuo in un altoparlante passivo della voce altrui. Ti ricorda qualcosa? È esattamente quello che facciamo quando ricondividiamo un meme senza verificarne la fonte, quando ripetiamo a memoria gli slogan del nostro partito di riferimento o quando usiamo il linguaggio preconfezionato del momento per non sentirci esclusi dal branco. Eco è la fame di appartenenza che si paga con la propria identità comunicativa.

2. Narciso, Tiresia e il trauma dell’autoconsapevolezza

Mentre Eco vaga per la foresta ridotta a un semplice registratore vocale di suoni altrui, fa la sua comparsa sulla scena il vero «main character» della tragedia: Narciso. La nascita di Narciso è già segnata da una violenza primordiale: è figlio del dio fiume Cefiso che ha intrappolato nei suoi gorghi la ninfa Liriope e le ha fatto violenza. Quando il bambino viene alla luce è di una bellezza talmente abbacinante ed eccezionale da far innamorare chiunque lo guardi.

La madre, preoccupata per il destino di questo figlio fin troppo perfetto, si rivolge al più celebre e infallibile indovino dell’antichità: Tiresia. Gli pone la classica domanda che ogni genitore ansioso rivolgerebbe a un oracolo: «Mio figlio vivrà fino a raggiungere la tarda età?». La risposta di Tiresia è un capolavoro di enigmatica sospensione tragica:

«Si se non noverit.»
(Se non conoscerà se stesso.)3

Rifletti un attimo su questo paradosso. Il celebre precetto delfico, ripreso anche da Socrate, era Gnōthi seauton («Conosci te stesso»), la massima virtù a cui un essere umano potesse aspirare. Tiresia, invece, ribalta l’esortazione: per Narciso, la conoscenza di sé non è la via per la saggezza, ma una sentenza di morte certa. Finché rimarrà cieco di fronte alla propria immagine, finché vivrà nel mondo esterno senza la consapevolezza del proprio eccezionale valore estetico, Narciso sarà salvo. Ma nel momento esatto in cui l’autoconsapevolezza si trasformerà in specchio, la trappola si chiuderà.

Rileggere l’incipit del mito nelle Metamorfosi di Ovidio, libro III ci fa capire quanto la cultura classica avesse intuito la pericolosità del ripiegamento narcisistico. Narciso arriva all’età di sedici anni (l’adolescenza, il momento in cui la costruzione dell’immagine sociale diventa un’ossessione) circondato da una schiera di fanatici corteggiatori. Ragazzi, ragazze, ninfe: tutti cadono ai suoi piedi. E lui? Li rifiuta tutti con una freddezza glaciale, un disprezzo superbo che non lascia spazio a trattative. Narciso è l’incubo di ogni terapeuta: è totalmente impermeabile all’empatia. Non gli interessa essere amato, gli interessa solo non essere contaminato dall’imperfezione altrui.

3. L’incastro tossico: la tragedia della non-comunicazione nella foresta

L’incontro tra questi due cortocircuiti umani è una delle pagine più dolorose e grottesche di tutta la letteratura latina. Narciso sta cacciando dei cervi in una foresta intricata. È solo, stanco e sudato. Eco lo vede da lontano e, come tutte le creature che incrociano lo sguardo del ragazzo, se ne innamora all’istante, di quell’amore bruciante e istintivo che distrugge la ragione.

Vorrebbe avvicinarsi, vorrebbe dichiarargli il suo amore con parole dolci, sedurlo, spiegargli cosa prova. Ma non può. È bloccata dalla maledizione di Giunone. Deve aspettare che sia lui a parlare per primo. Inizia così un pedinamento nell’ombra, con la ninfa che segue i passi del giovane tra gli alberi aspettando con il cuore in gola che il cacciatore emetta un suono qualsiasi.

A un certo punto, Narciso si accorge di essersi separato dal suo gruppo di compagni di caccia e grida:

– «Ecquis adest?» («C’è qualcuno?»)
– «Adest!» («C’è!») – risponde pronta Eco, esultando nell’ombra.
Narciso si guarda intorno, stupefatto, non vedendo nessuno. Allora grida di nuovo:
– «Veni!» («Vieni!»)
– «Veni!» – replica lei, con la voce tremante di speranza.
Il ragazzo, confuso dal fatto che chi parla continui a nascondersi, tenta un’altra strada:
– «Quid me fugis?» («Perché mi fuggi?»)
Ma Eco può solo restituirgli le stesse parole: «Quid me fugis?».
Infine, credendo che ci sia un compagno pronto a ricongiungersi con lui, Narciso propone:
– «Huc coeamus!» («Raggiungiamoci qui!» o, letteralmente, «Uniamoci!»)

Per Eco è il momento della liberazione. Credendo che quel «coeamus» sia un invito all’unione erotica ed affettiva, la ninfa esce allo scoperto con le braccia tese lanciandosi verso il collo del ragazzo, gridando felice: «Coeamus!».

La reazione di Narciso è di netta riprovazione. Si ritrae con schifo respingendola con violenza:

«Manus amplexibus aufer!
Ante emoriar, quam sit tibi copia nostri!»

(Toglimi le mani di dosso! Possa io morire prima che tu possa disporre di me!)

E la povera Eco, mentre si ritira umiliata e distrutta, può solo sussurrare l’eco amara di quel rifiuto: «Copia nostri…» («Disporre di me…»).4

Vedi dove risiede la genialità del mito? Questa non è solo una storia d’amore finita male; è la dimostrazione pratica del fallimento del linguaggio quando mancano i presupposti dell’ascolto. Eco e Narciso usano le stesse identiche parole, ma intendono cose diametralmente opposte. La ninfa cerca la fusione dei corpi e delle anime (l’alterità); Narciso cerca solo la conferma della propria autosufficienza e aborrisce il contatto con l’altro. Umiliata, respinta e consumata dal dolore, Eco si nasconde nelle caverne più profonde. Il suo corpo si prosciuga, la carne scompare, le ossa si trasformano in roccia. Di lei non rimane altro che la voce: un fantasma acustico condannato a rimbombare nelle valli ogni volta che un essere umano urla verso il vuoto.

4. La trappola dello specchio d’acqua: il cortocircuito di Nemesi

Se pensi che la storia finisca qui, ti sbagli. Perché la mitologia greca e romana ha un’idea molto precisa di come funzioni la giustizia cosmica. Non si possono spezzare cuori a catena e disprezzare il resto dell’umanità senza che l’universo ti presenti il conto.

Un giorno, uno dei tanti giovani rifiutati e sdegnati da Narciso, alzando le mani al cielo, pronuncia una maledizione che trova il favore degli dei: «Possa egli amare allo stesso modo e possa non possedere ciò che ama!» («Sic amet ipse licet, sic non potiatur amato!»).5 La dea Nemesi, la personificazione della vendetta divina e del riequilibrio della hybris, ascolta quella preghiera e decide che è arrivato il momento di allestire l’esecuzione.

La scena del delitto è un luogo idilliaco e inquietante al tempo stesso. Una sorgente d’acqua cristallina, argentea, purissima, mai toccata da pastori, capre, uccelli o rami caduti dagli alberi. Un luogo ombroso dove il sole non penetra mai, protetto da una foresta fitta. Narciso, esausto per la caccia e accaldato, si sdraia a terra per dissetarsi.

Ma mentre si sporge sull’acqua per bere, accade l’irreparabile:

«Dumque bibit, visae correptus imagine formae
spem sine corpore amat, corpus putat esse quod umbra est.»

(E mentre beve, catturato dall’immagine della forma che vede, ama una speranza senza corpo, crede che sia corpo ciò che è soltanto un’ombra.)6

Qui Ovidio tocca vette di psicologia clinica impressionanti. Nel descrivere il significato psicologico mito di Narciso, il poeta sottolinea che il ragazzo inizialmente non sa di stare guardando se stesso. Vede un volto divino: due occhi che sembrano stelle, i capelli degni di Apollo o di Bacco, la pelle d’avorio, il rossore delle guance. Si innamora follemente di quello sconosciuto immerso nel ruscello.

Cerca di baciarlo, ma quando immerge le labbra nell’acqua la superficie si increspa e l’immagine scompare. Cerca di abbracciarlo, ma le mani stringono solo liquidi freddi. Piange, e le sue lacrime cadendo disturbano il riflesso. Narciso è caduto nella trappola del fantasma. Sta amando un’ombra inconsumabile, un’illusione ottica che gli restituisce esattamente i suoi stessi gesti: quando sorride, l’altro sorride; quando tende le braccia, l’altro le tende; quando piange, vede le lacrime negli occhi dello sconosciuto.

Poi, improvvisamente, arriva l’epifania orribile. La realizzazione che distrugge la profezia di Tiresia. Narciso capisce:

«Iste ego sum: sensi, nec me mea fallit imago;
uror amore mei: flammas moveoque feroque.»

(Sono proprio io! Me ne sono accorto: la mia immagine non mi inganna. Brucio d’amore per me stesso: io stesso accendo e patisco le fiamme.)7

È il momento del collasso cognitivo definitivo. Narciso capisce che l’oggetto del suo desiderio insaziabile è se stesso. Non c’è una seconda persona. Non c’è un’alterità con cui scambiare affetto. Il suo amore è una prigione a specchio riflettente in cui il soggetto e l’oggetto coincidono perfettamente. Desidera se stesso, ma non può possedersi perché per possedersi dovrebbe uscire da sé. «Quod cupio mecum est: inopem me copia fecit» («Ciò che desidero è con me: l’abbondanza mi ha reso povero»).8 La pienezza dell’ego si trasforma in una miseria cosmica.

5. La morte dell’alterità: perché il narcisismo è un’auto-cannibalizzazione

Narciso non muore perché viene colpito da un fulmine o sbranato da una belva feroce. Muore di inedia, consumato dal suo stesso sguardo. Smette di mangiare, smette di bere, smette di guardare il mondo circostante. Rimane inchiodato sull’orlo di quel ruscello, incapace di staccare gli occhi dal proprio riflesso, mentre il suo corpo vigoroso si prosciuga e deperisce giorno dopo giorno, esattamente come era successo al corpo di Eco.

Infine spira e scende negli Inferi. Ovidio ci regala un ultimo dettaglio grottesco e geniale: persino mentre la sua anima viene traghettata sullo Stige per essere condotta nel regno dei morti, l’ombra di Narciso continua a sporgersi oltre il bordo della barca di Caronte per cercare di guardare il proprio riflesso nelle acque nere e paludose dell’oltretomba. La nevrosi è eterna, non la spegne nemmeno la morte.

Alla fine della storia, quando le Naiadi e le Driadi preparano la pira funebre per bruciare il cadavere del ragazzo, il corpo non c’è più. Al suo posto è cresciuto un fiore dal gambo verde, con i petali bianchi e una corona dorata al centro: il narciso. Un fiore bellissimo e profumatissimo, ma notoriamente tossico se ingerito.

Se proviamo a fare un’operazione di decodifica culturale, ci rendiamo conto che questo mito è una critica feroce e anticipatrice alla mancanza di alterità nella società contemporanea. Il filosofo coreano Byung-Chul Han ha scritto pagine illuminanti nel saggio Eros in agonia9, spiegando come la società moderna, ossessionata dalle prestazioni, dall’esibizione dell’io e dall’omologazione estetica, stia progressivamente eliminando «l’altro». L’altro è diventato faticoso, imprevedibile, rischioso. L’altro ti può contraddire, ti può rifiutare, ti richiede del tempo, delle mediazioni, dei compromessi.

Narciso rappresenta l’illusione contemporanea di bastare a se stessi attraverso il consumo della propria immagine. Quando passi ore a scegliere il filtro migliore per una foto, quando curi la tua reputazione digitale come se fosse un brand, quando cerchi nei commenti solo la conferma che sei bello, bravo e intelligente, stai semplicemente inginocchiandoti sul bordo del ruscello di Ovidio. E la cosa più tragica è che accanto a te c’è una schiera di Eco che ripetono esattamente le frasi che vuoi sentirti dire, in una dinamica da echo chamber. Gli algoritmi, invece, possono proporti contenuti affini a quelli già guardati, contribuendo a una filter bubble. Le due dinamiche possono intrecciarsi.

Il risultato di questo doppio cortocircuito è la fame. Narciso muore di fame perché la propria immagine non nutre; è un guscio vuoto, privo di sostanza organica. L’amore per se stessi, quando diventa esclusivo e totalizzante, è una forma di auto-cannibalizzazione simbolica. Senza il contatto doloroso, ruvido e imprevisto con chi è diverso da noi, siamo destinati a deperire moralmente e spiritualmente.

Note

  1. Ovidio, Metamorfosi, III, 365–369. ↑
  2. Amy Ross Arguedas, Craig T. Robertson, Richard Fletcher e Rasmus Kleis Nielsen, Echo chambers, filter bubbles, and polarisation: a literature review, Reuters Institute for the Study of Journalism, 2022. ↑
  3. Ovidio, Metamorfosi, III, 348. ↑
  4. Ovidio, Metamorfosi, III, 379–392. ↑
  5. Ovidio, Metamorfosi, III, 405. ↑
  6. Ovidio, Metamorfosi, III, 415–416. ↑
  7. Ovidio, Metamorfosi, III, 463–464. ↑
  8. Ovidio, Metamorfosi, III, 466. ↑
  9. Byung-Chul Han, Eros in agonia, Nottetempo, scheda dell’edizione italiana. ↑