Momo, il dio greco dei troll e capostipite degli hater

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Spesso pensiamo ai leoni da tastiera, agli avvelenatori di pozzi sui social network e alle recensioni negative su TripAdvisor come a un sottoprodotto esclusivo dell’era moderna, una devianza nata con l’avvento del web 2.0 e del wi-fi libero. Ci illudiamo che il cinismo gratuito sia figlio del nostro tempo. Ma gli antichi Greci, che avevano un’inquietante capacità di vivisezionare la psiche umana, avevano già inquadrato, archiviato e persino deificato questo preciso concetto millenni fa.

Molto prima dei troll di internet, dei roast comici, delle polemiche su Twitter e delle risse nei commenti di Facebook, esisteva Momo. Egli era la personificazione divina della beffa, del ridicolo, della satira feroce e, soprattutto, della critica non richiesta. Se l’Olimpo fosse stato un forum online, Momo sarebbe stato l’utente con l’avatar anonimo che passa le giornate a smontare le argomentazioni altrui, segnalare i refusi e far notare a tutti quanto le loro vite siano irrimediabilmente difettose.

Questa divinità minore, a differenza di colleghi ben più illustri che si occupavano di folgori, guerre o maremoti, si specializzava in una disciplina molto più logorante: far notare i difetti di tutto e di tutti. Nemmeno i potenti e permalosi dèi del pantheon greco erano al sicuro dalla sua lingua tagliente.

Una genealogia da incubo: le origini del «momismo»

Per comprendere la natura di Momo, bisogna guardare al suo albero genealogico. Secondo la Teogonia di Esiodo1, Momo non è nato da un raggio di sole o dalla spuma del mare. È figlio di Nyx, la Notte, e lo ha generato da sola, senza intervento maschile, per partenogenesi. Questo dettaglio mitologico non è affatto casuale: la critica più feroce, il dubbio logorante e il biasimo nascono proprio nel cuore della notte, nei momenti di oscurità e introspezione, quando le certezze del giorno crollano.

Momo è fratello di entità tutt’altro che rassicuranti: Moros (il Destino ineluttabile), Thanatos (la Morte), Oizys (la Miseria), Apate (l’Inganno) ed Eris (la Discordia). Insomma, la tipica famiglia con cui non vorresti mai passare il pranzo di Natale. Cresciuto in questo ambiente allegro e spensierato, non sorprende che il suo unico passatempo fosse distruggere l’autostima altrui.

Il suo nome deriva dal greco Μῶμος (Momos), un termine strettamente legato al rimprovero, alla censura morale e alla ricerca ossessiva dei difetti. Da questa radice, tra l’altro, deriva la parola momismo, un termine usato ancora oggi (seppur raramente, ma fa molta scena sfoggiarlo) per indicare una critica sistematica, sterile e malevola, o l’abitudine patologica di trovare sempre e comunque qualcosa da ridire, anche di fronte a un’opera ben riuscita.

Il primo format di recensioni negative: il concorso divino

Il mito più celebre che lo vede protagonista (tramandato in vari frammenti classici e favole, tra cui quelle di Esopo) racconta di un bizzarro concorso indetto da Zeus. Il re degli dèi, probabilmente annoiato dalla routine olimpica, chiamò a raccolta Poseidone, Atena e Prometeo (in alcune rielaborazioni successive, il ruolo di scultore dell’umanità viene associato a Efesto, o al romano Vulcano, ma la sostanza non cambia). La sfida consisteva nel creare l’opera migliore, e Momo fu incautamente scelto come giudice supremo, o più probabilmente si autoinvitò come critico esterno.

I tre dèi si misero all’opera, producendo veri e propri capolavori, ma Momo riuscì a trovare magagne strutturali in ognuno di essi.

Il Toro di Poseidone

Il dio del mare plasmò un toro magnifico, simbolo di potenza e virilità. Momo lo guardò, scosse la testa e bocciò il design:

«Bellissimo, per carità. Ma chi è l’ingegnere che ha messo le corna ai lati della testa? Avresti dovuto posizionarle al centro, proprio sotto gli occhi o sulla fronte. Così com’è, quando carica a testa bassa, l’animale non vede assolutamente dove sta colpendo. Un errore di ergonomia inaccettabile.»

La Casa di Atena

La dea della saggezza presentò una splendida abitazione, perfettamente proporzionata, sicura e accogliente. Momo si aggirò per le stanze, bussò sui muri e sentenziò:

«Bella l’architettura, buoni i materiali. Ma perché non le hai messo le ruote sotto le fondamenta? Se uno compra questa casa meravigliosa, ma il vicino si rivela essere un idiota insopportabile, come fa a scappare? Senza ruote, la casa è una trappola mortale per la pazienza.»

L’Essere Umano di Prometeo

Quando fu il turno di valutare la creazione degli esseri umani, Momo diede il meglio del suo cinismo. Guardò l’uomo, ne analizzò l’anatomia e sospirò:

«Tutto molto carino, l’andatura bipede ha il suo fascino. Ma hai fatto un errore di progettazione clamoroso: non hai inserito delle pratiche porticine sul petto. Senza una finestra sul cuore, come potremo mai leggere i pensieri nascosti delle persone? Come faremo a smascherarne l’ipocrisia, a sapere se chi ci sta di fronte ci ama o sta complottando per pugnalarci alle spalle? Hai appena creato una specie basata sull’inganno.»

La critica all’opera di Prometeo è, a ben guardare, di una profondità filosofica disarmante: l’opacità della mente umana, l’impossibilità di conoscere le vere intenzioni dell’altro, è alla base di ogni dramma sociale, letterario e teatrale della storia dell’umanità.

Il caso clinico di Afrodite e i sandali rumorosi

Ma il vero capolavoro del momismo, il picco insuperabile della pignoleria divina, si raggiunse quando arrivò il turno di giudicare Afrodite. La dea dell’amore e della bellezza fu chiamata al banco di prova, e Momo si trovò di fronte alla sua sfida suprema. Il rischio di dover emettere una recensione a cinque stelle era altissimo, un affronto al suo stesso esistere.

La scrutò da cima a fondo, girandole intorno con l’aria di un ispettore del fisco. Cercava disperatamente un difetto, un’asimmetria, un poro dilatato, una proporzione errata o un singolo capello fuori posto da poter stroncare con la sua proverbiale pedanteria. Niente da fare. La dea era la perfezione assoluta, un capolavoro inattaccabile, l’Ideale platonico calato nella carne.

Chiunque altro, di fronte a tale epifania estetica, avrebbe alzato le mani ammettendo la sconfitta, capitolando di fronte al sublime. Ma non Momo. Lui era il dio del biasimo, il fondatore del sindacato dei polemici e il capostipite indiscusso di tutti gli hater. Pur di non darle la soddisfazione di un’approvazione incondizionata e di salvaguardare la propria reputazione di bastian contrario, si accovacciò a terra, tese le orecchie e, storcendo il naso con un’espressione di puro e sincero disgusto, emise la sua sentenza:

«Sì, d’accordo, bella è bella, non c’è che dire. Le proporzioni ci sono, la pelle è luminosa, la simmetria è corretta… ma l’avete sentita camminare? I suoi sandali fanno un rumore insopportabile. C’è questo cigolio costante a ogni passo. Squeak, squeak. Che fastidio. È un difetto acustico imperdonabile che distrugge tutta la poesia dell’incontro. Rovina completamente tutto l’insieme, voto due su dieci.»

Di fronte a un livello di pignoleria così tossico e inarrivabile, il mito ci insegna che l’hater non attacca perché l’opera è brutta; attacca perché la propria natura gli impone di non accettare mai la bellezza senza inquinarla.

Il permaban dall’Olimpo: la caduta del troll

Ovviamente, non si può trollare in eterno gli amministratori del server della realtà senza subirne le conseguenze. L’Olimpo greco era, di fatto, un’enorme e disfunzionale «echo chamber», una bolla in cui divinità narcisiste, vendicative e permalose amavano essere venerate e adulate, senza contraddittorio.

Alla fine, l’atteggiamento perennemente polemico di Momo, la sua abitudine di far scoppiare le bolle di vanità e la sua incapacità cronica di tenere la bocca chiusa lo portarono a varcare il limite della tolleranza divina. Venne ufficialmente «bannato» (scusate, cacciato con ignominia) dal Monte Olimpo per manifesta insopportabilità. Zeus lo scaraventò giù sulla Terra, condannandolo all’esilio tra gli esseri umani.

Paradossalmente, l’esilio tra i mortali fu il più grande successo di Momo: l’umanità, con la sua ipocrisia, i suoi difetti, le sue nevrosi e le sue ambizioni sproporzionate, si rivelò il parco giochi perfetto per il dio della critica.

La filosofia del dissenso: da Luciano a Leon Battista Alberti

Non commettiamo però l’errore di liquidare Momo esclusivamente come il «cattivone» dei miti, uno sterile guastafeste. In realtà, è una figura estremamente complessa che personifica l’aspetto più tagliente dell’intelligenza umana: il pensiero critico e il dubbio sistematico. È stato descritto e rappresentato nei secoli come l’opposizione perenne, il «giullare dell’Olimpo», l’unico vaccino possibile contro la dittatura del conformismo.

Molti autori classici e rinascimentali lo hanno recuperato proprio per questa sua funzione sociale. Il satirico greco Luciano di Samosata, ad esempio, lo usò nei suoi dialoghi come portavoce per smontare le ipocrisie della religione e della filosofia del suo tempo.

Ma la consacrazione letteraria più brillante arriva nel Rinascimento, con Leon Battista Alberti, che nel 1450 scrisse un intero romanzo satirico intitolato proprio Momus. Nell’opera di Alberti, Momo diventa il filosofo dissidente, l’intellettuale scomodo che, con il suo sarcasmo, mette a nudo la corruzione, le assurdità della politica umana e la tirannia dei potenti. Momo diventa la voce della verità che il potere non vuole ascoltare, dimostrando che il «momismo», se incanalato correttamente, è lo strumento principale della satira civile.

L’Archetipo del Giullare e il Matto dei Tarocchi

Come il giullare di corte nel Medioevo e nel Rinascimento era storicamente l’unica figura all’interno del palazzo a cui era concesso il privilegio di dire la scomoda verità o di deridere apertamente il re senza rischiare la decapitazione immediata, Momo faceva la stessa identica cosa con le infallibili divinità dell’Olimpo. Il giullare non fa parte della gerarchia: è al di fuori di essa, e proprio per questo può giudicarla.

Non a caso, in campo esoterico e psicologico, Momo viene talvolta accostato alla figura del Matto nei tarocchi (l’Arcano numero Zero o, in alcuni mazzi, il numero XXII). Anche se non esiste una linea storica e documentata certa che permetta di tracciare una discendenza diretta dalla divinità greca a questa specifica carta (i tarocchi nascono in un contesto medievale e rinascimentale ben diverso), il collegamento è potentissimo a livello simbolico, junghiano e iconografico.

Il Matto nei tarocchi rappresenta esattamente quell’archetipo: l’outsider, l’elemento di disturbo creativo, l’anarchico che si muove fuori dalle regole rigide e dalle convenzioni stabilite dalla società. Il Matto è colui che cammina sull’orlo del precipizio senza guardare giù, guidato da una logica tutta sua. Come Momo, possiede la totale libertà – e talvolta la pura incoscienza – di dire ad alta voce ciò che tutti gli altri, per paura, convenienza o quieto vivere, preferiscono tacere. Entrambi incarnano l’Ombra, il rovescio della medaglia dell’ordine costituito, necessari per evitare che il potere e l’ego diventino ciechi di fronte ai propri limiti.


Punching up: perché Momo era un troll di classe (e noi no)

C’è, tuttavia, una distinzione fondamentale tra il dio Momo e il moderno leone da tastiera che infesta i commenti sotto gli articoli di cronaca o i tutorial su YouTube.

La regola d’oro della satira e della critica, quella che in gergo anglosassone viene definita punching up, stabilisce che bisogna sempre colpire verso l’alto (il potere, le istituzioni, chi si crede infallibile, le divinità) e mai verso il basso (i deboli, gli emarginati, le vittime degli eventi).

Momo rispettava questa regola alla perfezione. Il dio della beffa criticava gli dèi. Puntava il dito contro l’onnipotenza di Zeus, l’arroganza di Poseidone, l’inattaccabile perfezione di Afrodite. Smontava l’ego di esseri immortali che potevano fulminarlo con uno schiocco di dita. Era un rischio calcolato, una ribellione contro l’assoluto.

Il troll moderno, invece, non ha nulla di divino. Si accanisce su un errore grammaticale in una dichiarazione d’amore sincera, sputa sentenze sul taglio di capelli di uno sconosciuto o, per citare un’iperbole calzante, è capace di lamentarsi del colore sbiadito delle tende del salotto mentre la casa sta andando a fuoco. Momo cercava il difetto nella perfezione; il cinico moderno, molto più tristemente, cerca il difetto nella vulnerabilità.

E se davvero le divinità dell’Olimpo esistono ancora, da qualche parte, c’è da scommettere che Momo stia guardando i nostri litigi sui social scuotendo la testa, lamentandosi che abbiamo rovinato persino la nobile arte di odiare il prossimo.

Note

  1. Esiodo, Teogonia 211-214. ↑