Immagina questa scena: sei in ufficio, il tuo capo ti detesta cordialmente e, con un sorriso a trentadue denti, ti regala una scatola rossa con sopra un gigantesco post-it giallo che recita “ASSOLUTAMENTE NON APRIRE”. Poi la posiziona esattamente al centro della tua scrivania, sotto il tuo naso, e ti lascia lì da solo, per giorni. Cosa fai? Prima o poi, anche solo per sbaglio o per esasperazione, sollevi il coperchio. A quel punto dalla scatola escono lettere di licenziamento per tutto il reparto, un avviso d’ispezione dell’Agenzia delle Entrate e un’invasione di blatte. Il capo rientra e, allargando le braccia, urla al mondo: “Avete visto? Le avevo detto di non aprire! È tutta colpa sua!”
Se questa situazione ti sembra l’apoteosi della trappola e della manipolazione psicologica, hai appena compreso alla perfezione il mito di Pandora. Per millenni, l’umanità ci ha raccontato questa storiella per ammonirci sui pericoli della curiosità femminile. “Eh, se solo Pandora avesse tenuto le mani a posto, oggi non avremmo il colesterolo alto, il mutuo a tasso variabile e il lunedì mattina”.
Ma se andiamo a rileggere le fonti originali, in particolare la Teogonia e Le Opere e i Giorni del poeta greco Esiodo1 (scritte intorno all’VIII secolo a.C.), scopriamo una verità molto diversa. La storia di Pandora non è la cronaca di un errore umano. È il resoconto dettagliato di una trappola di Stato, un sabotaggio industriale orchestrato dai vertici dell’Olimpo per incastrare un capro espiatorio perfetto. Vediamo come si costruisce, pezzo per pezzo, la colpevole ideale.
1. L’antefatto: un CEO furioso e un furto di proprietà intellettuale
Per capire il complotto dobbiamo fare un passo indietro. L’umanità, prima di Pandora, se la passava benissimo. Gli uomini (sì, c’erano solo uomini ed Esiodo ci teneva molto a sottolinearlo) vivevano in una sorta di perenne venerdì sera. Non c’erano malattie, non c’era bisogno di spaccarsi la schiena nei campi perché la terra produceva cibo da sola e si banchettava tranquillamente insieme agli dèi.
Il problema sorge quando Prometeo, il titano filantropo e un po’ anarco-sindacalista, decide di sfidare il potere di Zeus.
Prima cerca di fregarlo durante la spartizione di un bue sacrificale a Mecone (rifilando a Zeus ossa e grasso e tenendo la carne per gli umani).
Poi, quando Zeus per ripicca toglie il fuoco ai mortali, Prometeo va a rubarlo di nascosto nascondendolo nel fusto di una canna gigante e lo riporta sulla terra.
Zeus la prende malissimo. Il fuoco non è solo calore: è la tecnologia, è la forgia, è il progresso. Gli umani ora sono indipendenti. E Zeus, che governa l’Olimpo con la pacatezza di un boss mafioso a cui hanno rigato il SUV nuovo, decide che la vendetta non dovrà colpire solo Prometeo (che finirà incatenato a una roccia con un’aquila che gli mangia il fegato, ma questa è un’altra storia). La vendetta dovrà colpire l’intera umanità per l’eternità. E come? Con una punizione lenta, inesorabile e, soprattutto, subdola.
“Figlio di Giapeto [Prometeo], tu che sai più di tutti, tu ridi di aver rubato il fuoco e di aver ingannato la mia mente; ma a te e agli uomini futuri ne deriverà gran danno. Io darò loro, in cambio del fuoco, un male, di cui tutti si rallegreranno nel cuore, abbracciando la loro stessa rovina.”2
È la dichiarazione di intenti di uno psicopatico geniale: vi manderò un disastro e voi sarete felicissimi di accoglierlo in casa.
2. Il Progetto “kalòn kakòn”: il team building dell’Olimpo
Zeus non fa le cose a metà. Convoca un comitato direttivo delle massime divinità per progettare un’arma di distruzione di massa con le sembianze di una fanciulla bellissima. Esiodo la definisce un “kalòn kakòn”, un “bel malanno”.3 E la fase di produzione è documentata con una precisione maniacale. Ognuno ci mette del suo per renderla un malware perfetto:
- Efesto (Vulcano): Il fabbro divino mescola acqua e terra per creare un corpo dalle fattezze di una dea immortale, ma con la voce e la forza di una mortale. Ne fa una scultura mozzafiato.
- Atena (Minerva): Le insegna i lavori femminili, la tessitura al telaio e le fa indossare una veste candida e un velo che Esiodo descrive come una “meraviglia a vedersi”.
- Afrodite (Venere): Le sparge sulla testa la grazia infondendole “desiderio crudele e affanni che consumano le membra”. In pratica, la rende irresistibile.
- Ermes (Mercurio): Il dio dei ladri e degli inganni riceve l’incarico più inquietante di tutti. Zeus gli ordina di metterle nel petto “kúneon te nóon” (una mente di cane, intesa come sfacciataggine) e un’indole ladra. Ermes le dona la capacità di mentire, di adulare e la chiama Pandora, perché tutti gli dèi dell’Olimpo le hanno fatto un dono (pan = tutti, doron = dono).
Fermiamoci un secondo a riflettere. Zeus ha letteralmente programmato Pandora per essere curiosa, sfacciata, seducente e ingannevole. Non è un difetto di fabbrica sviluppato nel tempo; è il requisito centrale del progetto prima donna. Se Pandora fosse stata mite, ubbidiente e disinteressata ai segreti altrui, il piano di Zeus sarebbe fallito miseramente. L’Olimpo l’ha armata fino ai denti di curiosità mortale. È nata per fare quel dannato errore.
3. Epimeteo: l’utente finale che clicca su “Accetta tutti i cookie”
Creato il pacco bomba, bisogna trovare qualcuno a cui recapitarlo. L’Olimpo spedisce Pandora, accompagnata da Ermes, direttamente a casa di Epimeteo, il fratello di Prometeo.
Qui la lingua greca ci viene in aiuto in modo spettacolare. Prometeo significa letteralmente “colui che pensa prima” (il previdente). Epimeteo, invece, significa “colui che pensa dopo”. È l’incarnazione antica del tizio che firma un contratto a rate per un aspirapolvere da 3000 euro e poi legge le clausole due anni dopo quando arrivano i pignoratori.
Prometeo aveva avvertito esplicitamente il fratello: “Non accettare MAI un regalo da Zeus l’Olimpico, rimandalo subito indietro, perché potrebbe essere una rovina per i mortali”. Ma Epimeteo si vede recapitare alla porta una creatura abbagliante, vestita di luce, fiori e gioielli d’oro. Cosa fa il nostro genio? Esattamente quello che farebbe chiunque al suo posto: dimentica immediatamente l’avvertimento del fratello maggiore e la sposa. Si accorgerà dell’errore solo “dopo” averlo commesso tenendo orgogliosamente fede all’etimologia del suo nome.
4. Il “Vaso” (che non era un vaso) e l’arte dell’incastro
Eccoci arrivati al momento clou. Mettiamo a verbale un’informazione fondamentale: il famosissimo “vaso” di Pandora non era un piccolo cofanetto o uno scrigno elegante da tenere sul comodino. Esiodo usa la parola greca pithos.
Il pithos era una giara di terracotta mastodontica, alta spesso quanto una persona, che gli antichi greci usavano come magazzino per stivare tonnellate di grano, vino o olio. Erano talmente grandi che spesso venivano parzialmente interrati nel pavimento delle abitazioni. (Per capirci, quando si dice che il filosofo Diogene viveva in una botte, in realtà viveva in un pithos rovesciato).
Ma allora, da dove salta fuori la scatola? Tutta colpa di Erasmo da Rotterdam. Nel 1508, traducendo il testo greco in latino, Erasmo commise un errore epocale. Confuse la parola pithos (grande giara) con la parola pyxis (una piccola scatolina per cosmetici o gioielli, la “pisside”). Da lì in poi, molta iconografia occidentale, pittori del Rinascimento in testa, ha dipinto Pandora come una signorina svampita che scoperchia un grazioso cofanetto.4
Questa differenza estetica cambia tutto il peso psicologico della storia. Un cofanetto puoi nasconderlo, chiuderlo a chiave in un armadio, scordartelo. Ma un pithos gigante è piazzato al centro della casa. È la dispensa. E Zeus aveva riempito questo enorme magazzino di famiglia con tutti i mali dell’universo (la fatica, la malattia, la vecchiaia, il dolore, la follia) e poi ci aveva messo sopra un tappo pesante consegnandolo a una donna che lui stesso aveva progettato per essere inarrestabilmente curiosa.
È istigazione a delinquere allo stato puro. È come lasciare un cucciolo di labrador affamato da solo in una stanza con una salsiccia sul tavolo e poi punire il cane perché ha saltato. Zeus sapeva benissimo che il pithos sarebbe stato aperto. Era solo questione di tempo.
5. L’unboxing definitivo e il firmware umano
E infatti, la nostra Pandora, mossa da quella curiosità che Efesto ed Ermes le avevano installato nel firmware di base, un bel giorno si avvicina alla grande giara. Magari sperava di trovarci del vino pregiato, magari del grano o magari voleva solo dare un’occhiatina veloce.
Solleva il pesante coperchio e il danno è fatto. In una frazione di secondo, i mali escono a sciami, silenziosi e letali. Esiodo ci descrive la catastrofe con toni da apocalisse zombi:
“Prima le stirpi degli uomini vivevano sulla terra del tutto al riparo dai mali, libere dalla dura fatica e dalle malattie dolorose che portano agli uomini la morte… Ma la donna, togliendo con le sue mani il grande coperchio della giara, li disperse, e preparò agli uomini lutti e dolori.”5
Milioni di calamità si spargono per l’aria e per la terra colpendo l’umanità senza pietà. I mali sono descritti come entità mute perché Zeus non ha dato loro la voce: colpiscono all’improvviso, senza farsi sentire, distruggendo per sempre l’età dell’oro e condannando la specie umana al lavoro sfiancante, al sudore e alla sofferenza fisica.
Nel panico più totale, terrorizzata da quello che sta succedendo, Pandora rimette freneticamente il coperchio sulla giara, chiudendola appena in tempo per intrappolare un’unica, ultima entità sotto l’orlo: Elpis, la Speranza.
6. Elpis: la Speranza come alleata o fregatura?
1. L’interpretazione della “riserva di sopravvivenza” (il dono rimasto)
Diciamo che “la speranza è l’ultima a morire” e pensiamo: “Oh, che carino! Gli dèi ci hanno mandato tutti i mali, ma ci hanno lasciato la speranza per darci la forza di andare avanti!”
Secondo la prima lettura di questo mito, quella più “classica”:
- I mali sono volati via e ora vagano liberi per la terra e per il mare colpendo gli uomini all’improvviso e in silenzio (perché Zeus ha tolto loro la parola).
- L’unica cosa che non si è dispersa nel nulla ed è rimasta a disposizione della casa dell’uomo è la speranza. In questo senso, il fatto che il coperchio si sia chiuso prima che Elpis fuggisse significa che la speranza è l’unica cosa rimasta chiusa dentro l’abitazione umana (il pithos era la dispensa di casa). I mali sono fuori a fare danni; la speranza è rimasta “in casa” con noi.
- Certo, anche gli altri mali sono per certi versi rimasti, ma sono fuori controllo, liberi, senza più essere contenuti.
Inoltre Esiodo non dice in modo esplicito «la Speranza è un male»: dice che i mali si spargono e che Elpis resta dentro. Se la si considera anch’essa un male, allora è l’unica che non si libera. Se invece la si legge come un bene, resta comunque il paradosso che non esce a raggiungere gli uomini.
2. L’interpretazione di Nietzsche (la speranza come il peggiore dei mali)
Passiamo adesso alla seconda lettura, quella più cinica. Una lunga tradizione filosofica, ripresa da Nietzsche6, vede la speranza come illusione, un male come gli altri contenuti nella giara, forse il peggiore di tutti. Elpis non è l’ottimismo gioioso dei film Disney. Elpis è l’attesa del futuro, l’aspettativa infondata che le cose andranno meglio quando in realtà non c’è alcuna garanzia che ciò accada. È il male supremo che prolunga il supplizio degli esseri umani. Senza la speranza, l’uomo schiacciato dalla fatica e dalle malattie si lascerebbe morire ponendo fine alle sue sofferenze. Ma l’Elpis sussurra all’orecchio: “Tieni duro, tieni duro ancora un giorno, vedrai che domani andrà meglio”. E l’uomo continua a trascinarsi nel fango, a sopportare le angherie degli dèi e le ingiustizie dei potenti tirando avanti all’infinito la sua condanna terrena.
- Perché rimane dentro: Elpis (che in greco arcaico non significa solo “speranza positiva”, ma genericamente “attesa del futuro”, presagio, illusione) non è volata fuori insieme al resto perché il suo compito non è vagare per il mondo, ma rimanere prigioniera vicino all’uomo.
- Il meccanismo del supplizio: Se la speranza fosse volata via dispersa nell’etere, l’uomo ne sarebbe stato del tutto privo (e quindi si sarebbe arreso subito ponendo fine alle sofferenze). Restando incastrata sotto il coperchio della giara, che ora si trova sulla Terra, nella casa dell’uomo, la speranza è a portata di mano, ma inaccessibile. Funziona come la carota davanti al coniglio per farlo correre: l’uomo possiede il contenitore della speranza, la sente “vicina”, ma non può mai afferrarla davvero. È il vero veleno a lento rilascio di Zeus.
E il fatto che sia rimasta chiusa dentro la giara, dietro il labbro del pithos (come specifica Esiodo), la rende ancora più inaccessibile. La speranza è cieca, sfuggente e intrappolata in un contenitore che ora appartiene all’umanità, ma che non può mai esaudire le sue promesse.
Morale della favola: victim blaming livello divinità
Ripercorrendo i passi, l’operazione di pubbliche relazioni messa in piedi da Zeus fa impallidire i migliori spin doctor moderni. Il piano si articola così:
- Voglio punire l’umanità perché mi sono sentito offeso (il fuoco rubato).
- Invece di lanciare un fulmine e assumermi la responsabilità della strage, assemblo un dispositivo ad orologeria con sembianze umane.
- La programmo per innescare l’esplosione (la doto di curiosità irrefrenabile e indole ingannatrice).
- Piazzo l’esplosivo al centro della stanza (il grande pithos).
- Le dico “non toccare nulla”.
- Aspetto che l’inevitabile accada.
Piccolo pedante inciso: affrontiamo subito il nodo filologico con la precisione che si addice alla nostra Literary Society: no, nelle fonti originarie7, Zeus non pronuncia alcun divieto esplicito.
Nessun “Non aprire quella giara”, nessun cartello di pericolo, nessun monito alla Barbablù. In Esiodo, Pandora solleva semplicemente il coperchio del grande pithos mossa da curiosità o, più cinicamente, perché il suo intero profilo comportamentale è stato calibrato a tavolino per farlo.
Zeus non aveva bisogno di dire “Non aprire la giara”. Gli dèi non danno ordini espliciti: lasciano le chiavi nella toppa, mettono un cartello con scritto “Proprietà privata – Divieto d’accesso alle divinità minori” e poi si mettono comodi con i popcorn a guardare l’inevitabile fallimento del libero arbitrio umano. Il vero inganno divino non è il divieto infranto, ma l’aver disegnato una serratura fatta apposta per cedere al primo sguardo obliquo.
Il risultato? L’umanità è condannata alla miseria e al lavoro perenne, ma nessuno se la prende più con Zeus. Da quel giorno, e per i successivi tremila anni, la colpa di ogni malanno del mondo è ricaduta sulle spalle di una donna che ha semplicemente agito secondo le istruzioni del proprio sistema operativo.
Il mito di Pandora, raccontato dai maschi greci ai maschi greci in una società ferocemente patriarcale (basti leggere cosa pensava Esiodo delle donne per rabbrividire), serviva proprio a questo: a giustificare la sofferenza del mondo scaricando il barile. È il trionfo del victim blaming (colpevolizzare la vittima). Se la nostra vita è una fatica immensa, non è perché chi governa l’universo è crudele o l’ecosistema è ostile, ma perché una fanciulla non è riuscita a farsi gli affari suoi.
La prossima volta che ci dicono “Curiosity killed the cat” (la curiosità uccise il gatto) o tirano in ballo il famoso vaso di Pandora, ricordiamoci del grande pithos, di Erasmo da Rotterdam e del sorriso beffardo di Zeus. E ricordiamoci che, molto spesso, chi ci mette in mano una scatola rossa dicendoci di non aprirla ha già scritto la lettera per il nostro licenziamento.
Note
- Esiodo, Le Opere e i Giorni, vv. 47–105 (in particolare per la punizione di Zeus e la descrizione dettagliata dell’unboxing). ↑
- Esiodo, Opere e giorni, vv. 54–58; traduzione dell’autrice. ↑
- Esiodo, Teogonia, vv. 570–612 (per la creazione estetica della donna). ↑
- Erasmo da Rotterdam, edizione latina curata nel 1508. Per il dibattito filologico sulla confusione tra pithos (giara) e pyxis (cofanetto), la responsabilità storica è accreditata a questa edizione. ↑
- Esiodo, Opere e giorni, vv. 90–95; traduzione dell’autrice. ↑
- Friedrich Nietzsche, Umano, troppo umano. La riflessione complessa sulla natura ingannevole di Elpis (la Speranza) è oggetto di dibattito continuo tra i filologi classici, ma la lettura nietzschiana della speranza come «il peggiore dei mali perché prolunga il tormento degli uomini» rende perfettamente giustizia alla spietatezza del mito greco. ↑
- Esiodo, Le Opere e i Giorni, vv. 94–99. ↑


