Istruzioni divine e come ignorarle: perché la storia dell’umanità è la cronaca di divieti mai rispettati

14 minSatiraDivulgazione ironicaLivello di letturaIntermedioFonti citate7

Una tentazione ricorrente attraversa la mitologia classica e il folklore: ignorare un divieto, soprattutto quando viene formulato con chiarezza. Se un dio, una maga, uno spaventoso sovrano degli Inferi o un ingegnere cretese ti raccomanda «Puoi fare qualunque cosa ti passi per la testa, ma non fare X», puoi scommettere che il mortale di turno finirà per fare proprio la cosa X, spesso con conseguenze disastrose.

È la grande tragedia, o la grandissima commedia, della condizione umana. Nel «sistema operativo» olimpico, i divieti sembrano spesso funzionare come irresistibili esche psicologiche. I Greci avevano una parola per la curiosità indiscreta e l’invadenza di chi ficca il naso dove non dovrebbe: periergia. In latino, un termine affine è curiositas; Plutarco descrive la curiosità indiscreta come una malattia dell’animo.

Oggi passeremo in rassegna alcuni dei casi più disastrosi di mancato rispetto dei termini di servizio nella storia del mito: dai mari dell’Odissea alle caverne dell’Oltretomba, i personaggi sembrano soffrire di un deficit cronico d’attenzione ai cartelli con scritto «DIVIETO DI ACCESSO».

1. L’otre di Eolo: il sospetto che riportò la flotta indietro

Per capire fino a che punto la mancanza di autocontrollo possa distruggere un progetto a un passo dal successo, basta rileggere il canto X dell’Odissea. Ulisse e i suoi compagni arrivano sull’isola galleggiante di Eolia. Eolo, il custode dei venti, si dimostra incredibilmente ospitale e decide di fare a Ulisse un regalo di una praticità sconvolgente: rinchiude in un robusto otre di cuoio di bue, legato con un lucido filo d’argento, tutti i venti tempestosi, cupi e contrari. Lascia fuori soltanto il dolce soffio di Zefiro, tarato esattamente per spingere la flotta dritta verso le coste di Itaca.

Il «mandato aziendale» di Eolo, però, è meno esplicito di quanto si racconti: nel testo omerico non compare un ordine di non aprire l’otre. Eolo ne sigilla la bocca con un cordone d’argento e lo affida a Ulisse; i compagni non sanno che cosa contenga.1

Per nove giorni e nove notti la navigazione procede come un sogno. La flotta è arrivata così vicina a Itaca che si vedono già a occhio nudo i fuochi accesi dai mandriani sulla costa. La missione è compiuta al 99,9%. Ed è qui che scatta il cortocircuito della sfiducia e della paranoia. Ulisse, sfinito da nove giorni passati al timone senza dormire, crolla in un sonno profondo.

I compagni di navigazione, lasciati nell’oscurità informativa dal loro stesso capitano, si guardano negli occhi e iniziano a fare speculazioni finanziarie da bar. Omero racconta che, vedendo Ulisse rientrare da Troia carico di bottino mentre loro tornano a mani vuote, sospettano che l’otre contenga oro e argento e decidono di aprirlo.2

Il finale è tragicamente noto: una volta sciolto il nodo d’argento, i venti liberati dalla sacca scatenano una tempesta che spinge le navi indietro fino alle spiagge di Eolia. Quando Ulisse torna da Eolo a chiedere aiuto, il sovrano lo caccia via in malo modo, definendolo un uomo odiato dagli dèi. Morale? Un singolo attacco di avidità e curiosità ha azzerato nove giorni di rotta perfetta e condannato la flotta a lunghi anni di vagabondaggio.

2. «Non toccare le mucche»: le Vacche del Sole e il buffet più costoso della storia

Se l’episodio dell’otre di Eolo mostra i danni della curiosità economica, l’episodio delle Vacche del dio Sole Iperione dimostra come l’istinto primordiale della pancia vuota possa spazzare via qualsiasi divieto religioso e istinto di conservazione.

La direttiva qui non era stata data una sola volta, ma ripetuta fino alla nausea con allarmi difficilmente fraintendibili. Prima l’indovino Tiresia nell’Oltretomba, poi la maga Circe avevano scandito a Ulisse le medesime parole: quando arriverete sull’isola di Trinacria (la Sicilia), vedrete al pascolo le bellissime greggi e le mandrie sacre del dio Sole. Vacche e pecore immortali, bianche come la neve. Se le lascerete intatte, tornerete a Itaca. Se solo ne scalfirete una, la distruzione della nave e della vita di tutti i compagni sarà inevitabile.3

Ulisse, consapevole della fragilità morale dei suoi uomini, cerca persino di evitare di sbarcare sull’isola. Ma Euriloco, il portavoce della pancia dell’equipaggio, protesta: i marinai sono stanchi, è notte, serve una sosta. Ulisse cede, ma fa giurare a tutti solennemente: nessuno toccherà gli armenti, ci si accontenterà del pane e del vino regalati da Circe.

Poi interviene la forza maggiore: per un mese intero spira un Noto furioso che impedisce alle navi di prendere il largo. Le scorte di cibo finiscono. I marinai iniziano a cibarsi di uccelli, pesci, radici e infine arrivano alla disperazione della fame nera. Mentre Ulisse si isola per pregare e, puntualmente come da copione, cade addormentato, Euriloco convoca un’assemblea sovversiva e pronuncia un discorso d’una sofistica impressionante:

«Ascoltate le mie parole, o compagni! Tutte le morti sono odiose per i miseri mortali, ma morire di fame è la sorte più miserabile di tutte! Su, prendiamo le vacche migliori del Sole e facciamo un sacrificio agli dèi. Se poi il Sole si adirerà per le sue vacche dalle corna diritte e vorrà affondare la nave, preferisco morire affogato d’un colpo tra le onde che consumarmi a poco a poco su un’isola deserta!»4

È il classico ragionamento da «condannato a morte»: se devo morire di fame oggi, preferisco morire con la pancia piena e sfidare l’ira divina domani. Macellano i bovini migliori. E qui la narrazione omerica tocca vette di puro horror soprannaturale: mentre la carne è adagiata sugli spiedi ad arrostire, le pelli dei bovini morti iniziano a strisciare sul terreno e la carne sugli spiedi inizia a muggire!5

Nonostante questo spaventoso presagio, i marinai continuano il loro banchetto sacrilego per sei giorni. Appena la nave prende il largo al settimo giorno, Zeus mantiene la promessa fatta al dio Sole: scaglia un fulmine nerissimo sulla nave spezzando l’albero maestro, fracassando il cranio del timoniere e scaraventando tutti i marinai in mare. L’unico a salvarsi, galleggiando su travi scompaginate, sarà Ulisse. Perché? Era l’unico a non aver toccato la carne proibita.

3. «Non voltarti»: Orfeo e il primo attacco di panico della storia amorosa

Se nei primi due casi la violazione del divieto è mossa dall’avidità o dalla fame, nel mito di Orfeo ed Euridice siamo di fronte alla forma più tragica e psicologicamente raffinata di violazione: quella dettata dall’ansia, dal dubbio e dal bisogno nevrotico di conferma visiva.

La storia la conosci. Euridice muore morsa da un serpente tra l’erba. Orfeo, il poeta supremo, la cui musica piega le pietre e addolcisce le belve, fa l’impossibile: scende vivo nell’Ade, arriva al cospetto di Ade e Proserpina e intona un canto talmente bello che le pene degli Inferi si fermano (Tantalo smette di inseguire l’acqua; le Furie piangono e la ruota di Issione si ferma).6 Commossi, i signori della morte gli concedono una grazia eccezionale: Euridice può tornare sulla terra seguendo i passi di Orfeo lungo il buio e faticoso sentiero che risale dagli Inferi.

Ma c’è una clausola. Ovidio la formula esplicitamente: Orfeo deve procedere senza voltarsi finché non sia uscito dalle valli dell’Averno; altrimenti il dono sarà vano.7 Virgilio racconta invece il ritorno di Euridice e il gesto con cui Orfeo, ormai vicino alla luce, si volta e perde il dono.8

Immagina la scena. Orfeo cammina davanti nel silenzio spettrale delle caverne sotterranee. Non sente il rumore dei passi di Euridice (i morti sono ombre impalpabili), non sente il suo respiro. Più si avvicina alla superficie, più la pressione psicologica diventa intollerabile. È la trappola perfetta per chi ama: la prova di fede cieca. «È davvero dietro di me? O Ade mi ha ingannato? E se è inciampata nell’oscurità? E se si è persa?»

Giunto ormai a un passo dalla luce del sole, a un centimetro dalla salvezza, Orfeo cede all’ansia di controllo. Ovidio descrive il suo gesto come mosso dal timore di perdere Euridice e dal desiderio di vederla.9 Si gira. Vede Euridice per una frazione di secondo. La donna, ancora immersa nell’ombra della caverna, gli tende le braccia e gli rivolge un ultimo saluto, ma viene subito risucchiata all’indietro nella notte eterna. Si può leggere il gesto anche come un errore di valutazione: Orfeo è ormai sulla soglia della luce e pensa che il pericolo sia scampato; Euridice, più indietro, non è ancora uscita dall’ombra.

La grandezza tragica di Orfeo sta nel fatto che la sua violazione della burocrazia infernale non sembra nascere da egoismo spicciolo o disobbedienza cieca, ma dall’eccesso d’amore e dalla fragilità della mente umana, incapace di fidarsi della parola data da una divinità senza la verifica empirica dei propri occhi.

4. «Think outside the box»: Pandora, Psiche e la sindrome dell’unboxing

Eccoci alle due testimonial d’eccezione dell’antica arte dell’unboxing: Pandora e Psiche.

Nel mito di Pandora, narrato da Esiodo nel poema Le opere e i giorni, la giara (in greco pithos) compare nel racconto della punizione voluta da Zeus dopo il furto del fuoco da parte di Prometeo. Zeus ordina a Efesto di modellare la prima donna, bellissima e adornata con doni offerti da tutti gli dèi; il nome Pandora allude proprio a quei doni. Poi la invia in sposa a Epimeteo, fratello «sciocco» di Prometeo, colui che riflette sempre dopo che i fatti sono accaduti.

Insieme a Pandora arriva la catastrofe, ma non esattamente nel modo in cui ce l’hanno raccontata a scuola. Nella versione di Esiodo non compare alcun cartello con scritto «NON APRIRE» né un divieto rivolto a Pandora. L’avvertimento, semmai, era rivolto a Epimeteo: Prometeo gli aveva raccomandato di non accettare doni da Zeus. Epimeteo, naturalmente, accettò comunque il dono.

Esiodo racconta in poche parole che la donna solleva il grande coperchio della giara e disperde i mali che vi erano contenuti. Malattie, fatiche e sofferenze si riversano sull’umanità. Soltanto la Speranza (Elpis) rimane all’interno, trattenuta dal coperchio secondo il volere di Zeus.10

La lettura di Pandora che trasgredisce un divieto esplicito, spinta dalla curiosità, è una rielaborazione successiva. Esiodo non spiega perché Pandora apra la giara; il movente resta indeterminato.11 E, conoscendo Zeus, viene spontaneo sospettare che non fosse esattamente un regalo disinteressato.

Nel racconto di Amore e Psiche, invece, il divieto e la curiosità sono espliciti. Apuleio lo narra nelle sue Metamorfosi12: per riconquistare l’amore di Cupido, Psiche deve affrontare quattro prove imposte da Venere. L’ultima prova la conduce nell’Oltretomba: deve recarsi da Proserpina e riportare a Venere una scatola (pyxis) con parte della bellezza di Proserpina.

La torre parlante, a cui Psiche si rivolge prima di scendere agli Inferi, le spiega il percorso per raggiungere il regno dei morti e le dà un’avvertenza precisa: deve portare la scatola a Venere senza aprirla né curiosare al suo interno.13 Psiche supera i pericoli dell’Oltretomba, risale sulla terra con la scatola intatta e, a pochi passi dalla meta, cede alla temeraria curiositas. Pensa di usarne un poco per apparire più bella agli occhi di Cupido e apre la scatola; vi trova però un sonno infernale che la fa crollare a terra come morta. Solo l’intervento di Cupido la salva.14

5. Una chiave di lettura: divieto e violazione

Arrivati a questo punto, dopo otri, giare, amori e altre catastrofi, chiediamoci perché tanti racconti ruotino attorno a un divieto, a un avvertimento o al superamento di un limite.

Per leggere questa dinamica può essere utile affiancare alle storie del pezzo la coppia di funzioni che il formalista russo Vladimir Propp descrive in Morfologia della fiaba15, nella sua analisi delle fiabe di magia:

  1. L’interdizione (funzione II): a un personaggio viene rivolto un divieto, per esempio «Non uscire di casa» o «Non aprire la porta».
  2. La violazione (funzione III): il divieto viene infranto.

Qui la coppia funziona come una chiave di lettura per alcuni episodi, non come una legge universale della narrazione. Propp precisa che non tutte le fiabe presentano tutte le funzioni e che la violazione può comparire anche senza un’interdizione esplicita. La vicenda dell’otre di Eolo e il passo esiodeo di Pandora mostrano, inoltre, che un gesto capace di cambiare il corso del racconto non presuppone sempre un divieto esplicito: i compagni agiscono per sospetto, mentre Esiodo non chiarisce che cosa spinga Pandora ad aprire la giara. Se Orfeo non si voltasse, uscirebbe dall’Ade e i due vivrebbero felici e contenti in tre righe di testo. Se i compagni di Ulisse non aprissero l’otre, il viaggio verso Itaca non subirebbe quella deviazione; se Pandora non sollevasse il coperchio, i mali non si riverserebbero sull’umanità.

Quando compare, il divieto divino funziona da reattore chimico della narrazione. È il confine sacrale che separa la vita tranquilla e noiosa degli obbedienti dalla grande, dolorosa, tragica ed eroica avventura dell’esperienza umana. Violando il divieto, l’uomo sbaglia, paga prezzi spaventosi e viene punito dagli dèi, ma diventa finalmente il vero protagonista del proprio destino.

In queste storie c’è spesso un’altra costante: i protagonisti ce l’hanno quasi fatta. Ulisse vedeva già Itaca in lontananza, Orfeo la luce, Psiche la terra, eppure proprio in quell’attimo la regola viene infranta. L’analogia più immediata è con l’atleta, primo nella corsa, che a un passo dal traguardo inciampa o si ferma. Errore, distrazione o scelta? Forse ci piace anche raccontare di figure tragiche e romantiche che si fermano a pensare: «Ma anche no! Ci sono quasi riuscito, ho dimostrato che posso farlo, ma c’è una condizione, una piccola, semplice condizione, è per il mio bene forse. Non ci sto».

Accettare il rischio della curiosità

La prossima volta che ti troverai davanti a un cartello «Vietato fumare», «Non toccare» o «Pittura fresca» e sentirai quella minuscola, perversa tentazione di allungare un dito per verificare se la vernice sia davvero fresca, sorridi. Non sei pazzo. Stai semplicemente rispondendo all’eredità genetica, culturale e mitologica di un’umanità che ha preferito rischiare i fulmini di Zeus, le maledizioni di Poseidone e il sonno dell’Oltretomba pur di scoprire cosa c’era dentro la scatola.

Siamo i pronipoti dei marinai che hanno slegato l’otre di Eolo, i figli della curiosità di Pandora e i fratelli del dubbio di Orfeo. Le regole e le avvertenze servono a far funzionare la società, ma sono state le nostre gloriose e disastrose disobbedienze a riempire i libri di storia e a trasformare la nostra fragile specie nel poema più affascinante che sia mai stato scritto.

E non ho ancora citato il celebre incidente ortofrutticolo del Vicino Oriente: è il primo divieto divino che ti è venuto in mente?

Note

  1. Omero, Odissea, X, vv. 19-45: Eolo affida a Ulisse l’otre sigillato e i compagni, sospettando che contenga ricchezze, decidono di aprirlo. ↑
  2. Omero, Odissea, X, vv. 38-45. ↑
  3. Omero, Odissea, XI e XII. Tiresia avverte Ulisse nel canto XI; Circe ripete l’avvertimento nel canto XII. ↑
  4. Omero, Odissea, XII, vv. 340-351. Discorso di Euriloco sulle vacche del Sole. ↑
  5. Omero, Odissea, XII, vv. 394-396. Il prodigio delle pelli e della carne durante il sacrificio. ↑
  6. Ovidio, Metamorfosi, X, vv. 40-44; Virgilio, Georgiche, IV, vv. 481-484. ↑
  7. Ovidio, Metamorfosi, X, vv. 50-55. ↑
  8. Virgilio, Georgiche, IV, vv. 485-493. ↑
  9. Ovidio, Metamorfosi, X, vv. 56-57. ↑
  10. Esiodo, Le opere e i giorni, vv. 60-105, trad. Gregory Nagy: Hesiod, Works and Days – Center for Hellenic Studies. ↑
  11. William Hansen, Can interpretations of the Pandora myth tell us something about ourselves? – OUPblog. L’articolo discute il fatto che Esiodo non specifichi il movente di Pandora. ↑
  12. Apuleio, Metamorfosi, libri IV-VI. ↑
  13. Apuleio, Metamorfosi, VI, 16-20. ↑
  14. Apuleio, Metamorfosi, VI, 20-21. ↑
  15. Vladimir Propp, Morphology of the Folktale, prima edizione 1928, cap. III. Testo di Propp (PDF). ↑