Sui banchi del liceo ho avuto la fortuna di imbattermi in un’insegnante preparata che insegnava in maniera un po’ meno “ortodossa”, usando anche osservazioni fuori dagli schemi comuni, sfide, digressioni ironiche e provocazioni.
Ecco, ho pensato che, senza quell’insegnante, avrei perso ben presto qualsiasi amore per la conoscenza, tra professori che si trascinavano in cattedra e che ripetevano ogni anno esattamente le stesse parole, sapere ridotto spesso a un riassunto ordinato di concetti, personaggi, date da mandare a memoria e altre “amenità” del genere.
Quella professoressa, no: non insegnava così. Ci diceva, per esempio, che i testi di Catullo nei nostri libri di scuola e in quelli che aveva studiato lei erano pieni di tagli e censure: alcuni versi venivano espunti perché ritenuti “scabrosi” o osceni. Per questo era andata a cercare nei testi originali i passi segnati dagli asterischi.
Forse, se ti nomino Catullo, ti vengono in mente i suoi versi più celebri:
Odi et amo.
(Odio e amo.
Quare id faciam fortasse requiri.
Nescio. Sed fieri sentio et excrucior.
Forse mi chiederai come sia possibile.
Non lo so. Ma lo sento intensamente e me ne tormento.)
Dimentica il Catullo innamorato che conta i baci di Lesbia come te lo hanno raccontato dalla cattedra del liceo. Oggi non parliamo di questo. Parliamo di un uomo che, accusato di essere troppo tenero e sdolcinato, non ha pubblicato un comunicato stampa per scusarsi, non ha invocato il contesto, non ha minacciato querele né ha fatto appello alla libertà d’espressione. Ha semplicemente preso la penna e ha scritto il verso più osceno, violento, spietato e geniale di tutta l’antichità classica.
Mettiti l’elmetto, perché stiamo per addentrarci nei meandri del Carme 161, il testo che ha fatto sudare freddo duemila anni di traduttori e censori. Probabilmente non lo hai mai letto in un libro di testo del liceo, ed è giunto il momento di rimediare.
1. I poeti neoterici e lo scandalo dei sentimenti
Per inquadrare la portata termonucleare della reazione di Catullo, dobbiamo capire il clima culturale in cui operava. Siamo a Roma, nel I secolo a.C.: la Repubblica sta scricchiolando; i generali si spartiscono le province a colpi di legioni e il cittadino romano ideale è ancora quello che puzza di sudore, impugna un gladio, coltiva il suo campo e versa il sangue per il Senato. In questo clima di testosteronico patriottismo, in cui il mos maiorum (il costume degli antenati) esige austerità, disciplina e abnegazione allo Stato, arriva a Roma una banda di giovani provinciali, molti dei quali provenienti dalla Gallia Cisalpina. Catullo, per esempio, era di Verona. Sono ricchi, colti e annoiati.
Sono i cosiddetti poeti neoterici (o poetae novi), una denominazione convenzionale della critica moderna. Cicerone criticò alcune delle loro scelte poetiche. Più che rifiutare ogni forma lunga o disinteressarsi del tutto alla politica, questi poeti privilegiavano la poesia breve e rifinita, l’allusione erudita e l’esperienza privata.
Questi poeti vogliono scrivere di passioni divoranti, tradimenti, cene eleganti, furti di tovaglioli ai banchetti e affetti intensi. Coltivano le nugae, le “bagattelle”, poesie brevi ma curatissime dal punto di vista formale (il celebre labor limae). Con questi poeti si rafforza l’attenzione per l’esperienza individuale e la vita privata. Catullo è il maestro indiscusso di questa corrente.2 Quando scrive a Lesbia “dammi mille baci, poi cento, poi altri mille”, sta compiendo un atto sovversivo: sta dicendo che l’intensità di un momento privato vale più di una campagna militare in Asia Minore. E qui, inevitabilmente, casca l’asino della mentalità romana.
2. L’errore fatale di Furio e Aurelio: misurare la virilità con la poesia
Nell’antica Roma, la sessualità e la virilità non erano misurate attraverso le categorie di orientamento che usiamo noi oggi, ma spesso attraverso dinamiche di potere: attivo e passivo, dominante e sottomesso. Un vero vir (l’uomo romano fatto e finito) era colui che dominava in ogni aspetto della vita: in battaglia, nel foro politico e sotto le lenzuola. Mostrarsi vulnerabili, sottomessi al fascino di una donna o, peggio ancora, scrivere versi teneri e delicati era considerato un sintomo di mollezza (mollitia), una devianza quasi intollerabile per la morale pubblica.3
In questo scenario entrano in gioco due personaggi: Furio e Aurelio. Si trattava probabilmente di due frequentatori degli stessi salotti letterari di Catullo, forse aspiranti poeti o semplici conoscenti con il vizio della critica non richiesta. Furio e Aurelio commettono l’errore che ancora oggi molti critici dilettanti fanno: confondono la voce narrante con l’autore in carne e ossa.
Leggendo le dolcissime poesie dei baci (come il celebre Carme 5) o i lamenti strazianti per i tradimenti di Lesbia, i due traggono una conclusione sociologica tranciante: se Catullo scrive cose così sdolcinate, morbide e delicate, allora Catullo stesso deve essere un rammollito, debole, privo di virilità. Iniziano a diffondere la voce, a prenderlo in giro pubblicamente, accusandolo di essere un impudicus, un uomo che ha perso la sua dignità dominante. Hanno toccato il nervo scoperto della società romana: l’onore maschile.
Se un poeta contemporaneo ricevesse una simile stroncatura, probabilmente si lancerebbe in una filippica vittimistica su X o scriverebbe un saggio noiosissimo sulla decostruzione degli stereotipi di genere. Catullo, invece, decide di usare l’arma letale. Prende un foglio di papiro e compone il Carme 16.
3. L’apocalisse in endecasillabi faleci: il Carme 16
Il Carme 16 inizia con un’esplosione nucleare, un endecasillabo falecio che non ammette repliche, mediazioni o contestualizzazioni. È il verso latino che ha costretto secoli di monaci amanuensi a sudare freddo e intere generazioni di editori scolastici a inserire pudichi asterischi neri o puntini sulle antologie:
Pedicabo ego vos et irrumabo,
Aureli pathice et cinaede Furi,
qui me ex versiculis meis putastis,
quod sunt molliculi, parum pudicum.4
Ora, siccome so bene che ci troviamo in un ambiente digitale sorvegliato da algoritmi puritani che potrebbero bloccare questa pagina alla prima traduzione letterale, ti chiedo di fare uno sforzo di astrazione (o di usare Google Translate… sì, traduce anche il latino). Edulcoriamo il concetto, ma manteniamo intatta la violenza dell’intento.
Catullo, in questi versi, non si difende piagnucolando. Risponde all’accusa di essere “molle” promettendo a Furio e Aurelio una dominazione fisica brutale, totale, umiliante e inequivocabilmente attiva. In pratica, sta dicendo: “Ah, pensate che io sia poco virile perché scrivo poesie sdolcinate? Vi sottometterò corporalmente nei due modi più umilianti previsti dal nostro vocabolario dimostrandovi chi è che detiene il potere qui. Sarete voi a subire, Aurelio il sottomesso e Furio l’effeminato, proprio voi che avete osato giudicarmi dai miei versetti.”
L’effetto comico, grottesco e terrificante al tempo stesso, deriva dal contrasto assoluto tra la forma e il contenuto. Catullo sta usando una metrica raffinatissima (l’endecasillabo falecio, roba da letterati di altissimo livello) per veicolare la minaccia da taverna più scurrile che si possa concepire. È come se un lord inglese in abito da sera ti sfidasse a duello usando il registro stilistico di Shakespeare per minacciarti di spaccarti una bottiglia sui denti nel parcheggio del pub. L’iperbole è talmente estrema da diventare arte pura.
4. La regola d’oro della critica letteraria: io non sono i miei versi
Eppure, fermarsi alla sola parolaccia o all’intimidazione fisica sarebbe un torto all’intelligenza di Catullo. Il vero capolavoro del Carme 16 non sta nella volgarità, ma nei versi immediatamente successivi. Dopo aver spaventato a morte i suoi detrattori, Catullo improvvisamente si calma, indossa gli occhiali da professore di teoria della letteratura e codifica una delle regole più importanti e geniali di tutta la storia dell’arte occidentale:
Nam castum esse decet pium poetam
ipsum, versiculos nihil necesse est;
Tradotti, questi versi significano: “Infatti, il poeta devoto deve essere casto nella sua persona, ma non è affatto necessario che lo siano i suoi versi.”
È un’illuminazione folgorante. Catullo sta separando, per la prima volta in modo così esplicito e polemico, la vita dell’autore dall’opera d’arte. Sta rivendicando la totale, assoluta libertà della finzione letteraria. Un autore può esplorare le profondità più morbide del sentimento umano o raccontare le nefandezze più oscure, senza per questo essere un rammollito o un criminale nella vita reale. L’arte ha il dovere di essere libera, provocatoria, eccitante (Catullo aggiunge poco dopo che i versi hanno fascino proprio quando “pruriat incitare possunt”, quando sanno accendere il desiderio e smuovere chi legge, persino i vecchi più freddi), ma questo non intacca in alcun modo l’integrità morale di chi tiene in mano la penna.
Questa difesa, per quanto nata da un insulto rabbioso, diventerà uno standard fondamentale nella letteratura mondiale. Lo stesso Ovidio, decenni dopo, quando l’imperatore Augusto lo manderà in esilio sul Mar Nero con l’accusa formale di aver scritto poesie troppo licenziose (l’Ars Amatoria), userà esattamente lo stesso principio catulliano per difendersi. Nel Libro II dei suoi Tristia (v. 354), Ovidio scriverà disperatamente: “Crede mihi, mores distant a carmine nostro / vita verecunda est, Musa iocosa mea” (“Credimi, i miei costumi sono lontani dalle mie poesie: la mia vita è vereconda, la mia Musa è giocosa”). Ovidio ci provò, ma Augusto non era un critico letterario raffinato come noi e lo lasciò a morire in esilio. Catullo, fortunatamente, viveva ancora in un’epoca in cui poteva permettersi di bullizzare i suoi censori.5
5. L’eredità di un insulto: perché Furio e Aurelio hanno perso tutto
Alla fine chi ha vinto? La risposta ce la dà la storia stessa.
Noi oggi non possediamo una singola parola scritta da Furio o da Aurelio. Non sappiamo nulla del loro presunto spessore morale, della loro irreprensibile virilità romana o delle loro opinioni critiche. Esistono nei libri di storia della letteratura solo ed esclusivamente come involucri vuoti, condannati a subire in eterno la furia verbale di Catullo ogni volta che uno studente o un appassionato apre il Liber.
È questa la magia della grande letteratura satirica e polemica. Catullo ha preso due critici noiosi, moralisti e incapaci di scindere la finzione dalla realtà e li ha murati vivi dentro un capolavoro di quattordici righe. Li ha resi immortali, sì, ma come zimbelli. La loro identità è stata cristallizzata nel ruolo di coloro che presero un palo clamoroso (e non solo metaforicamente stando al primo verso) dal più grande poeta lirico di Roma.
Ecco perché il Carme 16 non è solo uno sfogo scurrile da omettere nei libri di testo liceali o da nascondere sotto una nevicata di rassicuranti asterischi. È un manifesto sull’indipendenza dell’arte. È il promemoria incancellabile che la pagina scritta è un territorio franco, dove la morale comune non ha giurisdizione e dove i moralisti da strapazzo entrano sempre a loro rischio e pericolo.
Quindi, la prossima volta che qualcuno sui social network si scandalizza confondendo il pensiero di un autore con le azioni dei suoi personaggi o giudica un artista con il misurino delle proprie personali ossessioni etiche, non perdere tempo in lunghi e pacifici dibattiti. Abbozza un sorriso consapevole e pensa a Catullo: Pedicabo ego vos et irrumabo.
Note
- Testo latino: Perseus, Carmina 16. ↑
- Riferimento: Eric A. Havelock, “The poetry of Catullus”, Encyclopaedia Britannica. ↑
- Per l’uso dell’oscenità come aggressione verbale e postura di dominio in Catullo 16: John Godwin, “Catullus: Foul-mouthed Genius?”, Antigone. ↑
- Le esperienze scolastiche variavano da antologia ad antologia. Non tutte erano censurate. Per esempio, una scheda scolastica Zanichelli del 2010 stampa integralmente il Carme 16. ↑
- Ovidio, Tristia II; Ovidio, Encyclopaedia Britannica; Dickinson College Commentaries, “Life of Ovid”. ↑


